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53) Caravan Of Love (Isley-Jasper-Isley) by The Housemartins

16 agosto 2011

Poco da fare, se proprio non ti chiami Jeffrey Dahmer, Donato Bilancia o Marcello Lippi e non hai il cuore indurito da strati di colla a presa rapida e spine (o la bocca sottile come una lametta e tagliente il doppio), la musica pop che più ti gira in testa deve avere un retrogusto triste e malinconico. E’ il destino.

Il destino di chi non è sciocco o solo ore stultorum, ll destino di tutte le canzoni che prendono vita, anche di quelle fatte in serie in qualche asettico laboratorio sonoro. Siamo venuti al mondo per soffrire, inutile girarci attorno, e ci infastidisce chi sghignazza troppo e sovente; quindi ben vengano i successoni da spiaggia, le allegre cinciallegre delle boy band, gli insipidi hit di zucchero filato e sorrisi (e canzoni. E TV.), ma che siano ‘cum grano salis’.

Siano lodati gli hit estivi, i rinfrescanti scioglilingua da gustare sotto il sole, le dissetanti tracce da canticchiare un po’ ovunque, a patto che sappiano farsi da parte appena dovesse giungere del pop retroverso e umbratile ad accompagnare lo svanire della stagione. Qualunque essa sia.

Un posto a tavola si aggiunge sempre, chè il giullare in una compagnia smuove le acque e dà la scossa quando la conversazione langue. Ma lo teniamo sempre lontano dal nostro angolo di desinare, perché quelli che vuoi far sedere vicino a te non sono sicuramente gli sguaiati cantori della felicità a tutti i costi, o gli stupidi che non stanno mai male ma hanno la spudorata capacità di farti sentire uno straccio con il loro inutile parlare a raffica e con quelle imbarazzanti uscite da avanspettacolo per svantaggiati.

Non sono certamente quelli che alzano la sabbia con pinne, fucile ed occhiali i personaggi che preferiresti veder seduti al tuo fianco. Non sono gli impeccabili mocciosetti con dieci persone al seguito e il sorriso tatuato in volto.

Tu tieni il posto occupato quando li vedi avvicinare, sfoderi a tua volta un sorriso e fai un cenno con il capo, indicando loro un posto libero all’altro emisfero della tavolata, in compagnia di individui simili a lui. Magari con pinne, fucile ed occhiali ed il sorriso tatuato sul volto.

Poi ti rilassi, ti guardi intorno e cominci a nutrirti in santa pace, sapendo che, se vuoi sentire una barzelletta sguaiata, devi solo alzare la testa e ascoltare il chiacchiericcio da emicrania proveniente dall’angolo opposto, dove è tutto un proliferare di cosce, capelli ramati, cravatte larghe come stempiature e pugni sul tavolo.

La musica ha la stessa valenza. E quindi ben vengano quei saltimbanchi ed i loro hit da ombrellone tenaci come l’inchiostro simpatico; sono utili, scacciapensieri e ci distolgono dalla nostra occupazione principale, ovvero quella di adagiarci e soccombere dinanzi al pop triste. Che non è facile da costruire, nossignori, proprio no, anzi.

E’ un animaletto sgusciante, difficile da maneggiare, tenacemente scivoloso e sempre rivolto verso abissi in cui impera il cattivo gusto o soltanto la melassa.

Scrivere una lagna non è la stessa cosa che vergare una canzone perfettamente incline verso la malinconia, una nenia glassata di piagnistei non ha nulla in comune con un’orgogliosa inquietudine fattasi strofa pronta ad accompagnarsi ad un altrettanto inquieto ritornello, in un capogiro d’amorosi sensi.

Dovevano saperlo bene gli Housemartins, sguaiata banda che pareva nata per essere la versione sciocca, allegra e meno avvilente – o soltanto compassionevole – degli Smiths. Così sembrarono, al loro spuntare, in quel 1986 dove Happy Hour (primo successo) si diffondeva un po’ ovunque, con quel malcelato sospetto di voler essere il colpo di spugna verso i piagnistei di Morrissey e Marr.

Gli Housemartins pascolavano nello stesso prato, senza raccogliere gladioli ma con una bella pinta di Guinness in una mano e un paio di freccette nell’altra, in un ipotetico dopo partita a reti inviolate e abbracci sparsi.

Sciocchi, sembravano, come quei commensali dei quali si disquisiva poc’anzi. Invece. Invece arrivò Caravan Of Love, ovvero un gospel bianco declamato tra pecore e brume. Quant’è sottile il confine che l’ha fatta nascere capolavoro invece che spelacchiata canzoncina da filmaccio natalizio?

Quale la mano fatata che le ha impresso un’armonia da perderci il cuore e osservarlo mentre si libra alto tra i cirrocumuli? E cosa dev’essere accaduto nelle testoline degli Housemartins, tra una pinta e l’altra, per assumerla via orale e farne un capolavoro a cappella? L’avevano incisa, solo l’anno prima, gli Isley Jasper Isley, costola dei disciolti Isley Brothers.

Un brano dal sapore gospel e dal taglio religioso, con un testo che cercava di mettere in luce alcuni principi fondamentali del cristianesimo, ma che Dio si dimenticava da subito di aiutare visto l’inesistente successo della primeva versione.

E’ allora che intervenivano Norman Cook e sodali (e sia lode e gloria alla puntuale e toccante voce di Paul Heaton) declinando il pezzo in un doo-wop melanconico e ingenuo che raggiunse la vetta delle classifiche inglesi e che tutti (every woman and every man, ovvio), ne sono sicuro, avrete – una volta nella vita – canticchiato.

L’hanno rifatta anche: Nena, Voice Male, Brothaz By Choice, Terry Callier, Johnny Logan, Mambo Kurt

ISLEY-JASPER-ISLEY – Caravan Of Love (7”, Epic, 1985)
THE HOUSEMARTINS – Caravan Of Love (7”, Go! Discs, 1986)

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