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54) Just Like Heaven (The Cure) by Dinosaur Jr.

5 agosto 2011

Preferisco non parlare dei Cure. Così come ho scelto da tempo di non parlare dei Simple Minds e di ex fidanzate; mi sono ripromesso di stendere un velo pietoso su Robert Smith e compagnia bistrata. La mia religione e i miei freni inibitori me lo impediscono, che poi mi conosco e divento scurrile, come è giusto e sacrosanto che sia verso sentimenti che han vissuto quasi di pari passo, per intensità e per incazzature postume.

Quindi evito da tempo di riaprire vecchie ferite, eventuali dolori o tornare a mere e noiose nostalgie prive di senso, tanto più che la gioventù non è roba per vecchi, e – tra tutti – quello che ha affrontato meglio lo scorrere del tempo sembro essere proprio io; anche se è una consolazione non da poco, dopo qualche anno passato a prendere badilate sulle gengive da Jim Kerr, da Robert Smith e anche da qualche (rara, invero) squinzietta ormai rassegnata madre di famiglia, ciellina part-time o donna in carriera.

Quindi terrò fede alla promessa e mi asterrò – noblesse oblige – dal tranciare giudizi o soltanto da divulgare notizie che sarebbe bene tenere per sempre celate. E non sarebbe carino nemmeno usare l’alibi morale della vecchia parabola cristiana. Quella dei talenti sprecati, intendo.

Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, anche se i Cure qualcosina in più dei Simple Minds – e sicuramente molto più a lungo di qualche fidanzata – durarono. Diciamo giusto quei tre album in più che ti portano comodamente al peccato veniale anzichè mortale.

Ecco, tra Smith, Kerr ed compagnia assortita, dovessi fare il gioco della torre salverei l’uomo dal rossetto sbavato, la pancia da birra più sexy del pop (sempre commento di donne con le quali ho condiviso l’impianto stereo, invero), l’alcolizzato più talentuoso d’Inghilterra dopo Shane McGowan. Sì, tutto sommato salverei lui.

C’è stato addirittura un punto – diciamo verso la fine degli anni Ottanta – che con i Cure m’ero quasi riconciliato, recitando il mea culpa d’averli frettolosamente derisi e dati per spacciati. Erano i tempi di Disintegration e m’ero convinto che avrebbe potuto essere l’inizio di un nuovo portentoso idillio, una reincarnazione sonora, una Seconda Repubblica che – sulla carta – avrebbe procurato grosse soddisfazioni.

Così, tutto ringalluzzito e forte di notevoli speranze riposte su quel bel disco (che conteneva Pictures Of You, la più bella canzone del Signor Smith dai tempi di The Head On The Door) ripresi a frequentarli con rinnovato – seppur guardingo – entusiasmo.

Povero illuso. Non è mai così, avrei dovuto saperlo che l’amore non ha un intervallo tra il primo e il secondo tempo e che – ogniqualvolta una storia finisce – è inutile cercare di ricomporla, non funzionerebbe e sarebbe la fiera dei rimpianti, dei rancori e delle ripicche.

Usare il Bostik sui sentimenti non è mai stata una buona idea, sia si parlasse delle tue band preferite che di ex fidanzate, ‘che una meravigliosa porcellana la puoi riattaccare tutte le volte che vuoi, ma le crepe si vedranno sempre e tenderanno via via ad emergere con il passare delle stagioni, assumendo quel colorito spento che divide, anziché unire, le due metà.

Dunque anche Disintegration – oggi – lo vedo come una pia illusione, donatami dal tricotico panzuto par irridermi e farmi credere fosse ancora amore; un ultimo, furioso, impeto di passione prima di ritrovarmi tra le lenzuola sgomento e nauseato, magari con una sgualcita sigaretta tra le labbra e qualche libro spiegazzato a gemere – sepolto da grigiastra cenere – sul comodino.

E’ più o meno lì che tradii il panzuto britannico dopo lunga ed estenuante corte reciproca con J.Mascis. Esattamente quando l’autistico leader dei Dinosaur Jr. volle farci sapere come si poteva trattare la materia Cure, prendendola da diverse angolazioni sonore, magari lasciando sgorgare del sangue da dei fori di inconsapevole grunge, o tramortendola sotto robuste spirali chitarristiche prelevate da Neil Young pronte per essere consegnate a Kurt Cobain. Prendete e mangiatene tutti, disse il Dinosauro…

Non ebbero paura i Dinosaur Jr nello sbatacchiare a destra e a manca lo zampillo armonico dell’originale, frullandolo sotto una tempesta di calci e pugni, allo stesso modo in cui un pezzo di carne viene battuto prima di essere cotto.

Ne fecero un 12” one etched side (ovvero inciso soltanto su un lato e con la faccia speculare del vinile intrisa di disegni astratti) dove tutta la scioccherella aria vacanziera che ornava l’estratto di Smith e compagni diventava una parvenza di metallico e puntuto pop vetriolico che odorava di Sonic Youth e di indolenza hard rock.

Pochi minuti di irridente omaggio pronto a spegnersi sul più bello, improvvisamente com’era venuto, come se l’accidioso dinosauro avesse voluto togliere la spina al banco mixer. E ai Cure. Non poteva che essere destino dunque, questo transitivo amore.

L’hanno rifatta anche: Joy Zipper, Katie Melua

THE CURE – Just Like Heaven (7”, Fiction, 1987)
DINOSAUR JR. – Just Like Heaven (12”, SST, 1989)

One comment

  1. la versione live è ancora più bella



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