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57) Purple Haze (Jimi Hendrix) by Soft Cell

16 luglio 2011

Ci vuole un talento tutto particolare per reincarnarsi nel mood e nelle intenzioni originarie di un’altra band, provando ad entrare con la mente e le dita in uno spartito originario per rifarlo pedissequamente o stravolgerlo di brutto. Omaggiare un’artista o un gruppo rifacendone uno o più manufatti è impresa improba, ed è come tentare di vomitare perle senza sporcare il tappeto buono.

Non da tutti dunque, anzi è cosa perigliosa assai recarsi a Canossa con un bagaglio di idee chiare in un instabile equilibrio tra tentazioni distruttive e omaggi. Non è cosa da tutti e moltissimi artisti sono caduti nella fatale opera.

I Cure ad esempio, banda (ma sarebbe giusto citare soltanto la figura di Robert Smith, padre-padrone della formazione) talmente legata ad uno stile particolare e riconoscibile da rendere impossibile qualsiasi altra resa che ne discostasse l’incedere armonico da quello al quale siamo – ormai da 30 anni – abituati. Una pena mai vista gli omaggi (invero rari, in quanto probabilmente conscio di non avere il tocco conto terzi) e prendere ad esempio la versione di Hello, I Love You dei Doors rende alla perfezione l’assioma.

D’altro canto c’è anche chi sulle cover ha innalzato una carriera con garbo e gusto (la lista potrebbe essere nutrita assai); perché è inspiegabile quel mood che ti fa approcciare una composizione scritta da terzi e rivitalizzarla, plasmandola con le tue mani; non vi sono leggi a riguardo ogni tentativo è sempre un terno al lotto, e come tale lascia un vincitore e tantissimi insoddisfatti.

Poi c’è chi riesce a plasmarle in maniera curiosa, e ogni nota presa in prestito si trasforma in nuovo mondo musicale.

I Soft Cell facevano parte di questa terza categoria. Troppo facile sarebbe stato inserire Tainted Love, la loro fortuna ma al tempo stesso la loro disgrazia, il cappio al collo, la pietra legata alla caviglia, l’accidentale sventura dal risvolto comico.

Il tetro mondo dei Soft Cell era ben altro che un misero rifacimento di northern soul, incidentalmente divenuto uno dei singoli fastidiosamente di maggior successo di tutti i tempi. Per quanto contagioso e vergato con tutti i crismi.

Ne abbiamo fatto indigestione in tutti questi anni, udendone l’incipit sintetico un po’ ovunque; una scorpacciata oramai di proprietà anche della classica casalinga di Voghera, divenuta nauseante perché non è mai passata di moda Tainted Love e mai – temo – passerà, quindi dovremo continuare a subirne la crisi di rigetto, proprio come A Forest e decine d’altri pezzi da novanta coevi, piatti dei quali eravamo ghiotti ma che ci hanno costretto ad ingurgitare per troppe volte – e non sempre a digiuno – fino a stomacarci.

Un peccato invero, perché l’intuizione di Dave Ball fu davvero di quelle che segnano un’epoca, sebbene fino all’ultimo la scelta fosse caduta su Grease di Frankie Valli e il cambio di decisione rispose soltanto al fato. O alla lungimiranza del buon Dave.

Come che sia Tainted Love è uscita subito dal mero mondo musicale per diventare quasi un trattato debordante di sociologia Anni Ottanta. I Soft Cell vennero da subito stritolati dentro quella gabbia dorata, proprio loro che avrebbero voluto essere uno strano animale con le zanne dei Throbbing Gristle, la barba di Moroder e il respiro di Jacques Brèl e la pelliccia delle Supremes.

Dave Ball si sarebbe chiuso in studio tutta la vita, uscendone soltanto per andare a ballare al Wigan Casino o acquistare vecchi 45 giri soul, Marc Almond invece smaniava per sguazzare in un fango di squallore e depravazione che non era propriamente materia per il luccicante pubblico di Top Of The Pops. Che guazzabuglio di estroverse personalità. Non poteva durare. Non durò.

Eppure è sempre da questi scontri che nascono le migliori intuizioni e i più bei manufatti, e di meraviglie la Cellula Morbida ne ha disseminate alquante in quella breve parentesi nella quale si è presentata al mondo, sculettando e facendo finta di essere stupida e glamorous, quando invece era acuta e ben avvezza a sguazzare nella melma dell’animo umano.

The Art Of Falling Apart, il loro secondo album, fu un autentico schiaffo per chi era già pronto ad aspettarsi anni e anni di innumerevoli permutazioni di Tainted Love. Almond e Ball invece avevano già oltrepassato le Colonne d’Ercole del facile successo, s’erano avventurati in mare aperto e quella sensazione di vento e libertà artistica li aveva galvanizzati.

Fu un disco strano e meraviglioso, il secondo della coppia, un lavoro che rovistava nell’immondizia, nel piattume di sordide esistenze, in grigi e solitarie malinconie passate in pulciose camere d’albergo, in frustrazioni sessuali, in breve: nella vita di quegli anni Ottanta dove sotto la punta dell’iceberg pochi avevano avuto il coraggio di andare a rovistare. Loro lo fecero.

E The Art Of Falling Apart (dove, nelle prime copie veniva dato in omaggio un 12” contenente un favoloso Hendrix Medley)) risultò un depravato e luccicante salto nel buio quasi come se Edith Piaf si fosse reincarnata nell’era dei synth e dell’ecstasy per cantare le meravigliose nefandezze della vita.

L’hanno rifatta anche: Flying Lizards, Shockabilly, Kronos Quartet, Eugene Chadbourne, Joe Smooth, Snuff, The Shamen, Frank Zappa, Jaco Pastorius, The Cure, Dion DiMucci, Redd Kross, The Cavemen

THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Purple Haze (7”, Track, 1967)
SOFT CELL – Martin / Hendrix Medley (12”, Some Bizarre, 1983)

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