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58) Paint It Black (The Rolling Stones) by The Modettes

10 luglio 2011

Signore e signori: il rock and roll. Applausi.

Ecco il vero sussidiario e la pietra d’angolo per tutti quelli che volessero – oggi – approcciare il nocciolo di quell‘enorme sconvolgimento popolare (attualmente un po’ acciaccato, ma tant’è) chiamato rock and roll. Nulla è più straordinariamente perfetto di Paint It Black per capire l’essenza e trarre godimento da quella rivolta dello stile e dei costumi. Nulla, e non v’è gioiello – nell’incastonata Corona zeppe di Pietre (rotolanti) – che possa competere.

No, nè Satisfaction, nè Sympathy For The Devil, e neppure Start Me Up o Brown Sugar. Anzi, non v’è nessun’altra canzone al mondo a riassumere dentro di se così bene l’immersione sensoriale e lo sconvolgimento ormonale che provoca la mareggiata Paint It Black.

Sarà per quell’insieme di tensione e liberazione, per quell’ossimoro sonoro fatto di luci e ombre, quel luciferino incedere, quella pulitissima oscurità che ti cattura e ti fa brancolare nel buio prima di lasciarti tramortito. E chissà cosa dev’essere stato sbatterci la faccia al tempo, se dopo 45 anni siamo ancora qui a meravigliarci di cotanto senno.

Datemi un solo titolo da consegnare agli extraterrestri per illustrar loro cos’è stata questa musica che tanto ha fatto fibrillare noi pelosi terrestri, ed io senza indugio alcuno consegnerei questo arpeggio.

Magari prendendolo da qualche gracchiante raccolta, o magari proprio dall’originale a 45 giri; magari anche rovinato quel tanto che basta per riportarti nel passato a quei sublimi vinili marchiati Decca.

Metterei in sovrappiù, ai cari alieni, anche una foto del povero Brian Jones, ‘che gli Stones sono sì rimasti enormi dopo di lui, ma cosa dovevano essere all’epoca del biondo caschetto figliodiddio e del sitar? Il lisergico maestro di Joujouka? Nessuno riuscirà mai a convincermi che esista una canzone che rappresenti il rock meglio di Paint It Black, nonostante i labbroni e il carattere bastardo di Mick Jagger ci abbiano provato in tutti i modi.

E temo, anzi ne sono certo, che non vivrò abbastanza per riuscire ad ascoltare un riff dalla stessa intensità in futuro, anche se devo confessare che qualcuno c’è andato appresso di un’inezia (I Wanna Be Your Dog, White Light/White Heat, Pretty Vacant, Sheena Is A Punk Rocker solo per dire le prime che mi sovvengono e mi hanno scosso dalle fondamenta).

Ma a spremere l’intera epopea degli Stones (pregressa e a venire) e scrivere il definitivo Bignami in nemmeno tre minuti bastò questo singolo, perfetto in ogni suo anfratto da farlo davvero sembrare parto di qualche diabolica creatura.

Se v’è mai stato un momento nel quale Keith Richards ha venduto l’anima la diavolo, è questo. E probabilmente la contropartita di quell’anima è stato proprio il corpo di Brian, immolatosi in quella piscina affinchè noi si potesse godere nei secoli dei secoli di questa meraviglia sonora.

Persino offensivo chiamarlo soltanto rock and roll, perché Paint It Black è un bastione del Novecento tutto. E’ come Trans-Europe Express, Planet Rock, Paranoid, Heroes, Strawberry Fields Forever e potrei andare avanti ancora per qualche riga, pagina, ora, giorno…ma sono certo che avete già capito e starete scuotendo il capo, annuendo. Qualcosa da sigillare in una capsula spaziale e lanciare nel cosmo affinchè un domani ne possano godere anche al di fuori del nostro sistema solare.

E’ patrimonio dell’umanità, nonostante un testo lugubre e luciferino e un’arpeggio crioterapico da cinebrivido che ti mozza il fiato e che sai ti porterà in un climax spaventoso. Nonostante anche il percuotere frenetico di pelli di Charlie Watts (mai più così nervoso) direttamente dalla giungla più oscura e invasata, quasi un battito voodoo che mai ci saremmo aspettati dal posato percussionista. E poi.

E poi l’incombere malsano che ti succhia appresso e ti infligge un maelstrom di sensazioni che ti centrifuga l’anima al quale però non riesci a sottrarti. Perché vorresti uscirtene da quel brivido frenetico, ma poi ci ripensi e ne rimani avviluppato.

Un capolavoro, un pezzo vita febbrile mai più riuscito ai nostri rocker preferiti con così tanta lucida seppure anfetaminica intensità e che andrebbe studiato a scuola, invece di perdere del tempo prezioso su gente morta 600 anni fa, parrucconi capaci soltanto di riempire pentagrammi con strati e strati di note, quasi fossero torte nuziali dalle quali svettare come azzimati saputelli pieni di panna.

Mi piace tutto di Paint It Black, finanche l’orrida copertina del 45 giri, persino tutte (e sono tante, credetemi) le versioni che negli anni si sono succedute ad intermittente cadenza, quasi a significare quanto grande fosse l’originale per potersi permettere dei cedimenti in mani altrui; con particolare predilezione per la nostrana Caterina Caselli in Tutto Nero (in quanto a disperazione non scherzò nemmeno lei, forse grazie al superbo arrangiamento della canzone, molto più liquorosa e ‘confidenziale’ rispetto all’originale degli Stones), ma anche per l’omaggio dei Jad Wio (cercatela, è del 1986) e – soprattutto – per le Modettes.

Ovvero la versione edulcorata delle Slits, dalla cui primissima formazione proveniva Kate Korus, la fondatrice di questo squinternato quintetto di squinziette canterine che ebbero un breve, brevissimo, infinitesimale lampo di notorietà all’inizio degli anni Ottanta.

Un mini hit con White Mice, singoletto equidistante tra appunto le Slits e le ESG, un graziosissimo album (The Story…So Far dove spiccava anche una rigorosa versione di Milord di Edith Piaf) e con questa rilettura a raggiungere i negozi sul finir del 1981, dove si sceglieva di intingere la canzone in saltelli di reggae bianco e sbilenco dallo scarso equilibrio e dall’ancor più scarsa dimestichezza con la materia, ma proprio per questo talmente intrigante e naif da renderle indimenticabili.

L’hanno rifatta anche: Caterina Caselli, Chris Farlowe, Eric Burdon & The Animals, Flamin’ Groovies, Jad Wio, Deep Purple, Echo And The Bunnymen, The Mighty Lemon Drops, The Feelies, U2, Inkubus Sukkubus, Fennesz, Acid Mothers Temple, Firewater, Nicotine, The String Quartet, Marie Laforet, Anti Nowhere League, The Avengers, Anvil, Azucar Moreno, Band Of Susans, Carmine Appice, Grip Inc., Johnny Lang, London Symphony Orchestra, Rick Wakeman, The Deep Six, The Meteors, Residents, The Sonics, WASP, The Ventures, Duran Duran, Type O Negative, REM, Television, Rush, Samhain, David Essex

THE ROLLING STONES – Paint It Black (7”, Decca, 1965)
MO-DETTES – Paint It Black (7”, Deram, 1980)

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