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59) The Man With The Golden Arm (Elmer Bernstein) by Barry Adamson

3 luglio 2011

Non era conveniente prendere sottogamba Frankie. Lui era un professionista del poker, uno ganzo, uno in gamba. Uno che riusciva a ripulire una bisca in poche ore, e con lei tutti i balordi che la riempivano e avevano la sfortuna di incontrarlo. Uno che aveva buttato la sua esistenza tra case da gioco, risse, truffe e piccoli espedienti.

Un balordo con troppe donne nella sua vita (e troppa poca vita nelle sue donne, verrebbe da aggiungere), un elegantissimo disperato dal portamento di un lord e con un unico grande, grandissimo amore; un amore che aveva offuscato tutto il resto: l’eroina.

Aveva sofferto Frankie a causa di questa passione, sofferto come solo chi cade tra le avvolgenti braccia della Bianca Signora può soffrire, pagandone le conseguenze con una lunga detenzione. La prigione era riuscita laddove tutti gli espedienti della sua vita avevano fallito, in galera – animato da un feroce forza di volontà – aveva imparato a suonare la batteria, dimenticato la polvere e giurato a se stesso che non sarebbe mai ricaduto in quella folle e viziosa storia d’amore.

Uscito, ripulito e disintossicato, aveva fortissimamente cercato di rifondare la sua vita su nuove basi, provando con ogni mezzo di averne una degna di questo nome.

Ma la strada dell’inferno è da sempre lastricata di buone intenzioni e Frankie non scampava al suo vecchio ambiente, fatto di bische clandestine, spacciatori, amicizie equivoche, regolamenti di conti e – non ultimo – una moglie delirante e possessiva a tal punto da fingersi costretta in sedia a rotelle.

Una storia tragica, come può essere tragica la vita, soprattutto se affondata in sordidi quartieri delle grandi metropoli americane, tra jazz, whisky e cicatrici.

Era Sinatra ad impersonare Frankie in quella sordida storia quasi hitchcockiana di finto amore e redenzione, di pentimento tardivo e miope provvidenza; e quella novella angosciante dove non v’è posto per il lieto fine dacchè la vita viene raccontata come una lunga sequela di incidenti, trappole e negatività era un film.

Frankie era ‘L’Uomo dal Braccio d’Oro’ lungometraggio di Otto Preminger del 1955 tratto dal romanzo di Nelson Algren, candidato a 3 nomination (attore protagonista, scenografia e colonna sonora). E fu proprio la stupefacente partitura scritta da Elmer Bernstein (nessuna parentela con il più celebre Leonard) a risultare la rivoluzione più grande di un film tutto sommato, nonostante affrontasse in modo crudo il problema della tossicodipendenza, difficilmente ascrivibile ai grandi classici. Se non fosse stato appunto per quella lasciva e luccicante colonna sonora, primo esempio di jazz scritto appositamente per il cinema.

Come avrebbe potuto essere altrimenti, del resto? Quale altra musica – se non, forse, tolto certo soul luciferino e bituminoso – avrebbe potuto accompagnarsi e scandire una storia imperniata sull’eroina? Quale la colonna sonora adatta a trattare un racconto d’amorevole intorpidimento di sensi, se non il jazz degli anni Cinquanta?

Se è vero che l’iconografia jazz tramanda ed evoca nere immagini di fumosa disperazione drogata – Miles Davis, Chet Baker, Charlie Parker, John Coltrane solo per citarne alcuni – allora il tema di The Man With The Golden Arm equivale al rumore ovattato che provoca lo stantuffo della siringa mentre spinge il caldo liquido nelle vene, in un meccanico mid tempo scandito da ritmi e fiati narcotici, quando tutto il resto si blocca e tu avverti soltanto il pulsare di quello stantuffo mentre scende sempre più giù, caldo e avvolgente come una coperta emotiva.. Quella, e l’emozionante sequenza iniziale formata da un incrocio grafico in bianco e nero di strisce cartacee che finiscono per formare un braccio, i punti più alti del film.

Bernstein si superò nello scrivere quei pochi minuti di musica, una malsana passeggiata in sordidi vicoli accompagnata da puntuali fraseggi notturni, come se la Pantera Rosa schiumante d’odio s’aggirasse per le strade di New York in cerca di uno stupro da consumare con I’m Waiting For My Man in cuffia.

La rileggeva 29 anni dopo omaggiandone lo spirito originario (ma sono convinto che i Depeche Mode di I Feel You abbiano preso più di uno spunto in prestito), il più cinematico tra i musicisti mai usciti dalle brume della new wave (e difatti finirà a collaborare con David Lynch): Barry Adamson.

Bassista extraordinaire che si era fatto le ossa dapprima nei Magazine di Howard Devoto e poi nei Bad Seeds di Nick Cave prima di sganciarsi per una carriera solista pregna di lavori mai meno che dignitosi. Moss Side Story (Mute, 1989) fu il suo esordio solista sulla lunga distanza, ma ad anticiparne i temi fu questa rilettura in guisa di singolo ove, senza usare troppo il bisturi, con un sincero e contrito omaggio, andava a rileggerne l’incedere in uno dei più bei dischi di quello – stranissimo, davvero – 1988.

L’hanno rifatta anche: Sweet, Asia, Billy May, Jack Nitzsche & His Orchestra, The Scofflaws

OST – The Man With The Golden Arm (Lp, Brunswick, 1959)
BARRY ADAMSON – The Man With The Golden Arm (12”, Mute, 1988)

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