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60) Harley Davidson (Serge Gainsbourg) by Gina X Performance

28 giugno 2011

A cantar di motori sovente fai la figura del fesso (di primo acchito mi sovviene Jovanotti e l’imbarazzantissimo disco del 1989), a meno che tu con pelle, stivali e casco non ti senta perfettamente a tuo agio, ma ne ho visti pochi di centauri musicali. Oppure ti chiami Stoner, in questo caso terresti fede al tuo nome. In tutto e per tutto.

C’è un’altra possibilità, invero, cioè quella che tu non sia così cool da superare tutte queste fisime e lasciartele alle spalle, troppo ingombrante il tuo carisma per perderti in codeste sciocchezze.

Uno come Gainsbourg, insomma. Che la sapeva lunga e che in quanto a donne (e canzoni) non era secondo a nessuno e forse le prime sovrastarono di gran lunga in numero le seconde. Donne e motori, gnocca e carburatore, che altro puoi volere da una canzone? L’azzeramento del debito pubblico come da anni vanno cianciando i numerosi profeti rock griffati tra un cocktail di beneficenza e l’altro? Moralistiche esortazioni? Un’ode all’eroina e poi magari scopriamo che l’autore beve solo Evian naturale? La liberazione della Palestina? La pace nel mondo? Un’ode all’integrazione razziale?

Palle.

Trovatemi una canzone scritta per beneficenza che sia – non dico un capolavoro – almeno ineccepibile nel suo dispiegarsi. Tolta forse Do They Know It’s Christmas? il resto è una pena mai vista, minutaglia ovvia e ingiustificabile nei luoghi comuni, nella falsità e pure nella melodia, sovente da oratorio.

Non che la succitata carola natalizia fosse sincerità fatta persona, ma almeno era costruita come Dio comanda, cosa ancora più strana se si pensa che dietro (ma proprio dietro: alla batteria) c’era Phil Collins. Il resto – a cominciare da We Are The World per finire a Il Mio Nome e’ Mai Più e in mezzo metteteci ciò che volete – è imbarazzo allo stato puro, lacrimucce, coccodrilli e mascara colante, roba buona forse solo per il rapace Telethon di turno.

Quindi inutile fare tanti moralismi e usare il politicamente corretto, le cose buone e interessanti sono quelle pericolose o quelle che fanno male, il resto è roba da sacrestia e se vi piace buon per voi, ci sono milioni di Coldplay lì fuori pronti a farsi osannare tra un’eucarestia e l’altra.

Per quanto mi riguarda: io gli attici del rock and roll e del pop ancora non li ho visti (e temo che mai li vedrò) e tanto meno frequentati, ma in tutti gli umidi e fetidi scantinati nei quali mi sono ritrovato in questi anni una cosa l’ho capita, e senza tanto guardare i muri: le fondamenta sono state edificate su gnocca, droga e motori. Acqua, cemento e calce. Poco da fare.

E non serve nemmeno puntellarle, dopo 60 anni sono fondamenta che non necessitano di manutenzioni particolari, figuriamoci in quel 1967 dove tutto era permesso e il sesso ancora di più, e dove epatèr le bourgeois era pratica che poteva costarti la carriera o renderti Dio ma più la prima che la seconda. A meno che – appunto – non ti chiamassi Serge Gainsbourg.

Brigitte fu il braccio, Serge la mente. E fu proprio BB – il 26 Maggio 1967 – a chiedere che il Gainsbourg gli scrivesse ‘la più bella canzone che potesse immaginare’, forse memore del breve flirt che qualche tempo prima li aveva legati.

E l’uomo quella notte fece di più, molto di più, incredibilmente di più visto che il mattino dopo riemerse con Je T’Aime…Moi Non Plus, Bonnie & Clyde e questa Harley Davidson. Forse tre codici occulti per dimostrare che quel flirt lui non lo considerava ancora archiviato. E se della prima sappiamo tutto ma proprio tutto (compreso lo sdegnato rifiuto a cantarla di BB), sembra quasi che Harley Davidson sia rimasta la migliore delle incompiute, la più sciocchina, il divertissèment da usare come riempitivo, il ghiacciolo da succhiare sotto la calura estiva e che mai avrebbe potuto competere con il rivoluzionario gemito di Je T’Aime….

Invece quale goduria sentire la Bardot squittire ‘che m’importa di morire con i capelli al vento’ mentre attorno svolazza uno ye-ye inconsapevole, quasi fosse una Quadrophenia virata french disco all’ombra dei Campi Elisi. Minigonna optical, labbra imbronciate, tette al vento e stivaloni bianchi compresi. Sta tutta lì l’epopea e il clamore della traccia.

Due righe, la tuta di pelle nera e il rombo del motore.

Poi venne Gina Kikoine, e alla pelle sostituì il lattice, al rombo preferì il monossido di carbonio e le due righe… beh, ci siamo capiti.

Aiutata dal mago Zeus B.Held (proveniente dai krautrockers Birth Control e futuro produttore di high energy di lusso) ne ricompattava una versione piena di estrogeni, perfetta per gay disco estreme, prodromo di un electronic body music (Miss Kittin prese scrupolosa nota) pronta a scoppiare in tutta la sua devastante purulenza tra Berlino e New York grazie anche a questi due misconosciuti Bonnie & Clyde (ed ecco la terza canzone) dal taglio fetish.

Come dire: tout se tiens.

L’hanno rifatta anche: Ombretta Colli, Anita Lane, Baby Birkin, Lolitas, Patty Pravo, Angunn, Lilou, Les Très Bien Ensemble, Monochrome Orchestra, Belle & Sebastian, Manna

BRIGITTE BARDOT – Harley Davidson (7”, Disques AZ, 1967)
GINA X PERFORMANCE – Yinglish (Lp, Statik, 1984)

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