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64) Memorabilia (Soft Cell) by Nine Inch Nails

6 giugno 2011

Il giorno che sono nato c’era Jackie Trent alla sommità delle classifiche inglesi, con il singolo Where Are You Now (My Love); il Boeing 720 della Pakistan International Airlines si schiantava al suolo mentre stava atterrando all’aeroporto del Cairo e – oltralpe – emetteva i primi vagiti anche Bruno Marie-Rose, che sarebbe divenuto famoso qualche anno dopo come primatista mondiale dei 200 metri indoor.

Poca roba, pochissima dinanzi ad altre date ben più nutrite e chic, quasi a sottolineare una totale anonimità sin dalla scelta del momento nel quale venire al mondo. Voglio dire, compio gli anni lo stesso giorno e mese (ma non anno, ovviamente) di Albano Carrisi, e questo qualcosa vorrà pur dire, no? Magari era un avvertimento, una cosa tipo: ragazzo vola basso e non farti troppe idee, guarda cosa ti è toccato in sorte, non vorrai mica accampare pretese, vero? Goditi il mediocre giorno e non provare a barare, ‘che la data di nascita è come la squadra del cuore: qualcosa da tenersi dentro per sempre, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte.

Ma più nella seconda che nella prima, perché è facile fare lo sbruffone se tifi Juve, Milan, Inter o Real Madrid, meno facile – ma più dignitoso – se sei un tifoso del… chessò… Varese, Sheffield Wednesday o del Neuchatel.

Quindi, se non sei nato a Natale o a San Valentino rassegnati e stai zitto, che ti avrebbe potuto andar peggio. Pensa a chi compie gli anni ogni maledetto 11 Settembre. Sarebbe bastato tener duro giusto qualche ora, lasciar passare un crepuscolo soltanto, puntare i piedi, rimanere abbarbicati all’utero giusto quel tanto che bastava per nascere lo stesso giorno di Joey Ramone.

Sarei stata la persona più felice del mondo fossi riuscito a condividere il compleanno con il più tenero tra i truci rockers. Invece nisba, continuerò in saecula saeculorum ad abbassare il capo, maledire la sorte e sorbirmi l’amaro calice.

Trent Reznor – invece – è nato esattamente tre giorni prima del sottoscritto. I nostri punti in comune finiscono qui. Eppure, più o meno 20 anni orsono, riposi moltissime speranze in questo incredibile musicista, a suo agio indifferentemente sul palco come davanti ad un banco mixer, lo difesi a spada tratta mentre stava ridisegnando i confini dell’hard rock e del metal, scuoiandolo vivo e strappandogli gli artigli, pervicacemente abbarbicati ad un manierismo esangue che lo stava soffocando.

Prima dell’arrivo dei Nine Inch Nails l’heavy rock (a parte pochissime eccezioni, oasi in mezzo a paludi e deserti) era scivolato in una pacchianeria senza limiti, innocua Disneyland forgiata su cliché e paletti, rigida come un plotone militare imbavagliato da dei reggiseni rosa.

L’heavy metal, ovvero ciò che avrebbe dovuto essere – e fu, invero – la potenza scardinante e il braccio armato del rock, era diventato un genere fumettistico, di volta in volta declinato su saghe nordiche, prodromi di satanismo spiccio e misoginia. Cazzo, cervello e velocità. Con pochissimo uso del secondo e gran dispiego del primo. Un incubo.

Ovvio che, con cotante premesse, l’acquirente medio bianco e wasp cercasse altrove la sua consueta dose di adrenalina a 33 giri; lo fece tuffandosi nell’hip hop e nel rap, generi che non appartenevano al dna e al background dei pallidi adolescenti americani, cresciuti ben lontani dalle suburbia nere e ingozzati a Kellog’s e patatine. Per qualcuno questo spostamento in massa di una intera generazione fu il fattore scatenante per la creazione (in vitro si disse, fortemente caldeggiata dalle case discografiche) del grunge, movimento che almeno nelle intenzioni avrebbe dovuto ristabilire l’equilibrio discografico interazziale.

Fantarock forse, buono per un racconto di Burroughs, ma dalle mie parti vige un motto che – più o meno recita – ‘ove ci son voci, ci sono anche le noci’, iperbole che rende benissimo l’idea. Ad ogni modo, per spazzare via dubbi, ipotesi, complotti e delusioni assortite arrivò Trent Reznor in quel finire di anni Ottanta.

Giunse con l’impeto di un uragano che si infrange sui flutti, creando spuma, confusione ma anche una eccitante miscela che aveva proprio nel metal e nell’hip hop le due coordinate principali. Pretty Hate Machine fu una saporitissima zuppa dai mille ingredienti che l’onnivoro Mr. Self Destruct non ebbe paura d’accoppiare: dai Queen al synth pop passando per certo EBM meno inflazionato fu un disco – per certi versi – epocale.

Persino più epocale del suo capolavoro, ovvero quel The Downward Spiral che lo rivelò come profetico e luciferino salvatore del pop meno aggraziato.

In mezzo ci stava questo stralunato – e bulimico – singolo, sfrangiato, immerso nella calce viva, sfilacciato in una tempesta di cazzotti, con il viso ridotto in poltiglia. Non resta nulla del passo marziale e danzereccio che aveva rivelato al mondo l’originale e i suoi creatori (ovvero i Soft Cell), non se ne odono echi, rimasugli o polveri sottili.

Ci vogliono lunghi minuti prima di avvertire un déjà ecouté che possa farti sforzare le sinapsi e ricondurti al titolo. Un Reznor mai più così incazzato e crudele affonda una lama incandescente dentro bollori indescrivibili, irriconoscibili nel loro condurti per catacombe dove industrial, metal ed elettronica sono soltanto tre parole.

A me, sarebbero bastati tre giorni.

L’hanno rifatta anche: Sigue Sigue Sputnik

SOFT CELL – Memorabilia (12”, Some Bizarre, 1981)
NINE INCH NAILS – Closer To God (12”x2, TVT, 1994)

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