h1

65) Surfin’ USA (The Beach Boys) by Jesus And Mary Chain

31 maggio 2011

Se dovessimo trovare un esatto istante in cui la più feconda e fertile rivoluzione sonora dopo i 60s (ovvero la new wave) venne decapitata per far posto a ‘dell’altro’, beh… quell’istante si chiamerebbe Psychocandy, la pietra tombale con la quale l’onanistico sopraggiungere di alcuni flutti appartenenti a quell’onda – ormai inquinata da troppi liquami – veniva messo a tacere per sempre.

Un bel funerale di feedback, un omelia a base di anfetamine e in capo a tre mesi di tutte le pattuglie post Spandau Ballet si persero le tracce; i synth staccarono la spina, gli acconciatori (chi ha detto Antena?) di Top Of The Pops rimasero senza lavoro e le chitarre tornarono nuovamente a fiorire, anche grazie ai gladioli degli Smiths e le pagine del New Musical Express e del Melody Maker.

A dirla così può sembrare sia stata cosa veloce e indolore, un tapis roulant nevrotico nel quale scomparirono senza traumi decine di pallidi ragazzetti dai 15 minuti di notorietà, agglomerati da ‘un hit e via’ che stavano accerchiando quell’Inghilterra da un bel po’ di mesi (chi ricorda Blue Zoo, Endgames, Fiat Lux, ecc.?), spazzati via dinanzi alla burrasca provocata dal monolite Psychocandy.

Non fu così, ovviamente, ma la tempesta di fuoco scatenata da quell’album ebbe ben pochi rivali nella storia del rock inglese (dire Sex Pistols suona fin troppo scontato). Fu un conflitto non privo di spargimenti di sangue dove, alla fine, sul campo di battaglia di cadaveri e teste mozzate se ne contarono assai.

Ma il passato non è mai come lo si immagina, e – riascoltato oggi – quel parto feroce suona persino grazioso (all’epoca sarebbe stata un’offesa imperdonabile) tanto è stato assimilato, metabolizzato e superato da anni e anni di smaliziati ascolti. Eppure, sotto sotto, che altro vogliamo da del buon rock and roll che Psychocandy non ci abbia dato, centrifugando con un’intuizione feroce Detroit e la Motown?

C’era tutto, lì dentro: la svogliatezza psicotropa, il reiterato uso di feedback, la canzone comunemente intesa immersa in calce viva e pece nera, gli anni sessanta stuprati col rasoio, Phil Spector imbrigliato in una camicia di forza e un menefreghismo portato agli estremi che solo gli Stooges avevano spinto dentro ad un buco così bene prima d’allora.

Un album forgiato su tensioni maligne, ripicche sonore e cinismo, anfetamine e pizza fredda; un disco imbronciato come un bimbo viziato o un adulto vizioso, senza pietà e con un ghigno che sapeva di nausea in agguato e di disprezzo. Eppure così pop, come un pugno di ferro in un guanto d’orchidea. O proprio come il miele. Just Like Honey.

E quindi meritevoli di essere assisi all’Olimpo del bubblegum pop assieme alle altre due bisettrici di questo triangolo: i Beach Boys e la loro versione fumettistica, ovvero i Ramones.

Unici a rovistare in impossibili impasti vocali, chi con una calligrafia perfetta – i primi – chi con un contagioso incedere al quale si perdonava tutto, anche le simpatiche sbavature d’inchiostro e il moccio al naso, e forse ancora più simpatici proprio per questo. E poi questi altri, di fratelli – stavolta reali e non fittizi – lesti a rapirci coronarie e amigdala in un periodo storico nel quale si intravedeva soltanto una nube di fumo: Jim e William Reid.

Dalle loro cattive abitudini, dal loro odioso carattere, dalla sfrontata supponenza di questi due viziatelli scozzesi discese quell’album di muco e canzoncine abrasive. Phil Spector, la Stax e i Rolling Stones costretti al domicilio coatto, i Velvet Underground e il northern soul presi a martellate per incastrarne le melodie.

Starebbe tutto qui Psychocandy, e forse davvero è tutta in queste due righe la musica che lo completa, troppo semplice perché qualcuno c’avesse provato prima. E dunque geniale. Il resto è sociologia e scandali, copertine di riviste e linguacce, risse ai concerti e pubblicità calcolata, ascesa e caduta, con la seconda a superare di gran lunga la prima. Cose che non ci interessano ma che all’epoca furono necessarie per staccare quelle spine sintetiche di cui sopra e renderci il 1984 più leggero da vivere.

Non ci si poteva ripetere davanti ad un inferno simile, torrido fino a sfiorare l’ustione e i fratelli Reid scivolarono da subito in una amena mediocrità costruita su infinite permutazioni di quegli accordi, ripuliti a dovere da tutta la ruggine e il calcare che li avevano resi interessanti. Divennero musicisti, in pratica, capirono i meccanismi della discografia e si resero conto (dieci anni prima di Liam e Noel) che tutti quei battibecchi familiari avrebbero potuto agevolmente diventare un lavoro ben retribuito.

La coscienza prese il sopravvento sull’istinto primordiale. Il brodo bollente cucinato con gli scarti di pietanze altrui divenne una zuppa profumata ma insipida. I piromani divennero pompieri. Amen. Di tutto il fuoco acceso dalla miccia del loro debutto rimase poca roba: alcune braci sotto una fumosa coltre di sterpaglie e – qualche anno dopo – questa versione dei Beach Boys, quadratura di un inconscio cerchio e ultimo sussulto post mortem.

Si fecero mansueti – loro e la loro musica – inanellando una serie di permutazioni levigate memori di quel primo parto, che era più Psycho che Candy, grazie a Dio.

E a Gesù, a Maria, alla sua catena e ai fratelli Reid. Naturalmente.

L’hanno rifatta anche: Leif Garrett, Blind Guardian, Pennywise, Melt-Banana, Jan & Dean

THE BEACH BOYS – Surfin’ USA (7”, Capitol, 1963)
JESUS AND MARY CHAIN – Surfin’ USA (12”, Blanco Y Negro/Warner Bros, 1988)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: