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66) Dear Prudence (The Beatles) by Siouxsie And The Banshees

27 maggio 2011

Quante belle storie ci sono dietro ad ogni movimento dei Beatles, anche al più minuzioso e di poca importanza. Quanto furono essenziali, e non solo musicalmente, per venire setacciati in ogni pagliuzza da ormai quasi mezzo secolo, con infinita pazienza, tanta curiosità e una dose d’amore che mai ebbe (e, temo, avrà) eguali.

Nulla era lasciato al caso nel meraviglioso mondo di Lennon & McCartney, nulla sfuggiva alle maglie di casa Beatles, nemmeno una canzone semplice semplice, talmente semplice da sfiorare la filastrocca suprema. Un misurato e disadorno fraseggio dove faceva capolino l’armonia di Dear Prudence, il più delicato dei fiori nascosti tra gli altissimi alberi del giardino dei Beatles.

Eppure gli accordi che ne accolgono l’incedere erano complicati assai, e in quel 1968 Lennon non sapeva più dove sbattere la testa e le dita in quel robusto manico d’acustica per padroneggiarli. Aveva scritto queste poche note da solo, sebbene le esigenze contrattuali della Apple pretendessero fossero firmate anche dal di lui sodale.

Fu una delle rare volte in cui John disse di sì, senza incaponirsi o covare rancori, del resto a cosa sarebbe servito? Migliaia di cavilli legali, contratti e avvocati tenevano saldo il patto dei Quattro di Liverpool, perché se All You Need Is Love è anche vero che ogni tanto una bella firmetta non può far male e ti preserva da brutte sorprese.

Disse di sì, svogliatamente, doveva venire a capo di quegli accordi, cosa poteva importargli di un paio di punti in diritti d’autore in più dinanzi allo sbocciare dell’ennesima canzone? Si rivolse a Donovan Leitch, il menestrello folk accodatosi ai Beatles nella recente trasferta indiana, implorando aiuto.

Il periodo non era dei migliori per i Quattro di Liverpool, quasi ridotti a tre: Ringo stava avendo la più brutta crisi d’autostima della sua vita tanto da abbandonare il gruppo per due settimane, le registrazioni del nuovo disco incalzavano, il titolo ancora non era stato trovato, dietro alle pelli dovette sedere per necessità Paul McCartney e questo cazzo di arpeggio proprio non ne voleva sapere d’uscire come Dio comanda.

Ma noi siamo i Beatles, pensò John. Più grandi di Gesù Cristo ma non del Maharishi Mahesh Yogi col quale abbiamo meditato in ottima compagnia e dal quale dobbiamo prendere i migliori consigli per farne tesoro. Senza magari fare la fine di Prudence Farrow, anch’essa volonteroso discepolo (assieme alla più conosciuta sorella Mia) di quelle settimane ornate da yoga e collane di fiori, prima che l’astinenza da Occidente li reclamasse indietro, tra i marciapiedi di Abbey Road. Non è più la stessa da quando siamo tornati, povera ragazza.

Così giovane eppure così fragile, tanto da chiudersi in un dorato isolamento fatto di meditazione e digiuni, di rifiuti, tormenti e inedia. Tanta era l’ansia di riuscire a calarsi negli insegnamenti del Maestro da ricercare l’illuminazione in ogni momento della sua esistenza, un’ossessione che la stava portando verso un preoccupante esaurimento nervoso.

Non è questo che voleva il Maharishi, immagino, penso Lennon, discutendone con Paul e – soprattutto – George, da sempre il più convinto ed il vero promotore della trasferta indiana. Ma lui non c’è ora, e dove non arriva la parola del Maestro può arrivare una canzone dei Beatles, vero Prudence, my dear? Ne ho giusto scritta una solo per te, perché sei fragile e perché ci siamo trovati bene col tuo candore, in India.

E, credimi, vorrei che la ascoltassi, davvero. Ha degli accordi semplici eppure tortuosi, una melodia che percorre sentieri caldi e soleggiati e una soffice tenerezza come solo i grilli d’estate possono avere. Proprio come te, e appena riesco a venirne a capo te la faccio sentire, ma tu – intanto che noi troviamo il titolo al nuovo disco – non vuoi uscire a giocare?

Quanti tasselli fuori posto in quei concitati giorni in cui le prime crepe cominciavano a fare capolino nel solido edificio della Apple, e come riuscirono a trovare una perfetta intersezione in altrettanto breve tempo, dapprima col ritorno del figliol prodigo Ringo (al quale fecero trovare la batteria ricoperta di fiori), poi con la scelta del titolo fedeli al motto ‘quando non sai da dove cominciare comincia dall’inizio’ e dunque titolandolo semplicemente The Beatles (l’Album Bianco, per noi mortali) e infine con la registrazione di Dear Prudence, arpeggio – eseguito perfettamente – compreso.

Questi sono i Beatles, lo sono ancora, con loro il passato non conta perché continua a svolgersi in ogni momento. I Beatles sono qui, lì, ovunque. Here, There, Everywhere. Da sempre. E io ne vorrei ancora e ancora e ancora di storie simili, perché mi fanno semplicemente sentire bene, perché mi aiutano nei momenti di sconforto, perché sono le domeniche mattina di novembre quando ti giri nel letto e le note di Penny Lane ti rimbalzano in testa.

Perché i Beatles fanno parte di ognuno di noi, sono un ricordo come i primi faticosi scalini delle scuole elementari, il Nesquik, il berretto di lana col fiocco, i ghiaccioli all’anice e le estati che non ci sono più, sostituite da dei mesi semplicemente ‘caldi’.

E’ una sensazione piacevole ma con un gusto dolceamaro, è la percezione di non aver gettato invano parte della vita, narcotizzato da storie pop di nullo conto, perché i Beatles sono un ottimo antidoto e una ancor migliore cura contro tutte le malattie del corpo e della mente.

Infatti Prudence uscì nuovamente a giocare.

L’hanno rifatta anche: Ramsey Lewis, Gabor Szabo, Katfish, Jaco Pastorius, Jerry Garcia Band, Deep Blue Something, Phish

THE BEATLES – The Beatles (White Album) (Lp, Apple, 1968)
SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Dear Prudence (7”, Polydor, 1983)

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