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67) All Tomorrow’s Parties (Velvet Underground) by Roberto Cacciapaglia

21 maggio 2011

“Mi sento figlio della generazione nata con Elvis e chiusa con il punk dei Sex Pistols. I morti del rock hanno segnato la mia vita, culturalmente ed emotivamente. Quello che hanno fatto e’ ormai patrimonio di tutti. E chi si ripropone ora, come i Pink Floyd, fa la caricatura di se stesso: anche i Beatles, se tornassero oggi, sarebbero ridicoli”.

Così parlava, qualche anno fa, un nostro eccellente compatriota, in una delle sue rarissime sortite sui media. Potrei sbagliarmi, ma non ho ricordi d’aver mai visto sulla stampa italiana (anche specializzata) un’intero articolo o qualcosa di più che esulasse da una striminzita recensione su Roberto Cacciapaglia, ovvero colui che è – assieme a Faust’O e il primevo Lucio Quarantotto – uno dei segreti musicali meglio custoditi d’Italia.

Ho provato a riprendere in mano qualche rivista d’epoca ancora non consunta dall’ormai implacabile scorrere del tempo e dei topi, sfogliandone freneticamente e random le pagine per cercare qualche traccia d’illuminazione o importante notizia, perdendo anche importanti settimane che avrei potuto utilizzare per andare in vacanza, o a dischi, ma nulla.

Del resto il nostro ha sempre fatto parte di quella ristretta categoria d’artisti umbratili e trasversali, gente schiva, che ha scelto di far parlare la musica, preferendo l’ombra ai riflettori, anche perché da questi respinti in maniera decisa.

Troppo personali e dunque da sempre ai margini del giro che conta, quello che ti catapulta la domenica pomeriggio in qualche berciante trasmissione o che ti rende artista di culto, osannato dai tuoi stessi colleghi, smaniosi d’averti prestigioso ospite da millantare in qualche lavoro. Cacciapaglia non è mai apparso, anzi sembra quasi che abbia sempre preferito un esilio volontario, dove il nascondersi e il celarsi al pubblico era qualcosa di scientifico, sorta di caccia all’artista dove era l’acquirente a dover seguire il tenue filo che lo conducesse allo stesso, più che il contrario come da sempre è prassi comune.

E dunque quasi mai se ne è parlato, raramente lo si è visto (ma sia benedetta la rete) e ancor più raramente s’è avuto modo di ascoltarne i dischi. Tra i primi a coniugare musica colta e tentazioni elettroniche, macchinari pulsanti e spartiti obliqui, sorta di primevo Battiato più incline ad algidi algoritmi e con un occhio sempre aperto verso parvenze di melodie.

Classe 1953, diplomato in composizione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dove aveva modo di studiare anche direzione d’orchestra e musica elettronica, prima di lavorare negli studi di fonologia della Rai e debuttare – enfant prodige – nel 1974 con Sonanze, lavoro pubblicato – caso unico per l’Italia – dalla prestigiosissima Ohr di Rolf Ulrich Kaiser, già accogliente asilo per parecchi corrieri cosmici quali Tangerine Dream, Embryo, Floh De Cologne, Ash Ra Tempel e Popol Vuh. Come dire: Stica.

Inizio di un lungo viaggio musicale fatto di nuovo e antico, sacro e profano, analogico e sintetico, una equilibrata esposizione di popular music e avanguardia che, se da una parte l’ha sempre lasciato ai margini del giro che conta, dall’altro ha potuto permettergli d’esplorare un mondo sonoro in completa autonomia, senza venir distratto dai lamenti del pubblico, che spesso è una comare berciante e beghina che ti porta via con sé, senza lasciarti il tempo di controbattere.

Insomma, un nome che nulla dirà ai più, e forse è giusto che sia così; ma è probabile che, foss’altro per la legge dei grandi numeri e nonostante tutto ciò che s’era detto poc’anzi, parecchi si siano imbattutti nella scale armoniche del nostro senza saperlo: ai Mondiali di Nuoto romani del 2009 ad esempio, quando nelle finali del solo di nuoto sincronizzato Beatrice Adelizzi andava ad esibirsi proprio su uno spartito di Cacciapaglia.

O nelle innumerevoli pubblicità alle quali ha prestato la sua musica, sono decine e ci stupiremmo tutti nello scoprire quanti e quali jingle, magari fischiettati con noncuranza, siano farina del nostro.

O ancora, magari i più vetusti tra i lettori, ricorderanno una sobria ed algida storia disco di fine anni Settanta: la multimediale performer Ann Steele. Con un progetto che sfiorava La Grande Truffa del Rock And Roll quel disco era intera farina del sacco di Cacciapaglia. Dirò di più – e stupitevi assai – pur nella sua costruzione elettronico-sintetica (un po’ Sparks, un po’ Moroder, un po’ Rockets) era stato interamente suonato con strumenti acustici, dal pianoforte trattato, al clavicembalo, a catene rese percussive.

Disco curioso nonché splendido, ormai purtroppo dimenticato sebbene all’epoca avesse ottenuto discreta visibilità anche su canali ufficiali quali Discoring et similia. Resta comunque il fatto di come l’uomo sia stato volutamente in ombra al grande pubblico per quasi tutta la sua carriera, e quel quasi ha le fattezze di Angelus Rock, l’unico lavoro dove il compositore milanese abbia voluto scendere a patti e cimentarsi con il rock classico in un concept album dedicato ai suoi angeli caduti.

Angeli caduti per il troppo vivere, come Janis Joplin, Sid Vicious, Nico, Jimi Hendrix, Bob Marley, Wilson e Hite dei Canned Heat, Brian Jones.

Piccoli omaggi a metà strada tra il severo sinfonico scevro della seriosità fine a sé stessa e un pop rock mai banale e anzi intrigante in quasi tutto il suo dispiegarsi, un Before And After Science al quale si consiglia il decathlon per mettere un po’ di muscoli prima di gettarlo in un mare rock affinchè impari a stare a galla. Dei Van Der Graaf Generator senza curve e oscillazioni, dei King Crimson (quelli di Three Of A Perfect Pair) frullati (e fruttati) con i Mercury Rev.

Gran disco, dove si intersecano voci limpidissime (un plauso alle ottime interpretazioni del controtenore Giuseppe Zambon e della soprano Gabriela Arnon) a polifonie fiamminghe, archi pastorali a elettronica, aspetti sacri e purezza liturgica.

“Non ho snaturato l’ essenza del rock. Non ho messo il cravattino a Jimi Hendrix. Ho solo messo in luce l’aspetto sacro di questa musica”, ebbe a dire l’autore a riguardo di Angelus Rock. Lavoro che sarebbe bene recuperare se avete l’hobby di girare per mercatini con il fine ultimo di impolverarvi i polpastrelli, o anche solo se passate le giornate attaccati al web.

Non importa come, ma è un disco che dovreste far vostro in qualche modo, per concedervi la possibilità di approcciare queste inconsuete riletture, dove All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground svetta sublime nella sua muscolosa pastorialità autunnale, come se i Bronski Beat andassero dai Verve in duplice filar. O qualcosa di simile.

Lou Reed, notoriamente uno stronzo, non avrebbe gradito. Ma Nico sì. E dai tavolini del Cafe del Mar avrebbe potuto regalarci un sorriso.

L’hanno rifatta anche: Japan, Les Rita Mitsouko, Nick Cave And The Bad Seeds, Kendra Smith, Bryan Ferry, Siouxsie And The Banshees, Buffalo Tom, Simple Minds, Apoptygma Berzerk, Iron And Wine, Jeff Buckley, Icehouse

VELVET UNDERGOUND – The Velvet Underground And Nico (Lp, Verve, 1967)
ROBERTO CACCIAPAGLIA – Angelus Rock (Lp, Polydor, 1992)

4 commenti

  1. […] All Tomorrow’s Parties (Velvet Underground) by Roberto Cacciapaglia (bel post, cover interessante) (ah, cacciapaglia lo segnalammo qui) […]


  2. >ma non ho ricordi d’aver mai visto sulla stampa italiana (anche specializzata) >un’intero articolo o qualcosa di più che esulasse da una striminzita >recensione su Roberto Cacciapaglia

    in realtà (previa pulce nell’orecchio instillata da panegirici o’rourkiani) l’ottimo Gino Dal Soler se ne occupò in Blow Up con recensioni plurime e discretamente corposa retrospettiva/intervista (nel numero 46 del marzo 2002)



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