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68) Kiss (Prince) by The Age Of Chance

17 maggio 2011

Mai sentito parlare di grebo-rock? Difficile, temo, ma l’onomatopea del nome dovrebbe darvi da subito qualche indizio sonoro. Fu un lampo dall’elevato voltaggio e dalla vita brevissima che colpì gran parte del nuovo rock inglese più o meno a cavallo dei Novanta.

Tra il Madchester e l’Acid House, e forse giusto un attimo prima, dovessimo mapparlo su carte geografiche conosciute. Una manciata di gruppi trasversali, capitanati quella stranissima compagine chiamata Pop Will Eat Itself (immaginate una miscela tra i migliori Primal Scream, Public Enemy, l’hip hop e T-Rex), con un immaginario proveniente da Mad Max, un ideologia da traveller di lusso e una miscela sonora indecisa sullo schieramento ma che sovente guardava al Bronx, soprattutto dal punto di vista ritmico.

Personaggi bardati come Ian Astbury dei Cult dopo l’Olocausto, inconsci ravers coi dread e i vestiti di tre taglie più grandi; gentaglia sufficientemente smaliziata per aggredire la tecnologia e cominciare ad accompagnare un marmoreo sequencer a dei riff dal vago sapore metal.

Speed pop dal taglio electro, spezzato nei ritmi ma sempre con una sensazione di coitus interruptus che ti lasciava al tappeto, esausto e incazzato. C’era rabbia, tanta rabbia nel grebo-rock, rabbia e pastiglie, metallo volgare e pop da classifica. Ovvero nient’altro che i primi Nine Inch Nails (quelli di Head Like A Hole) giusto un pelo più accondiscendenti e cazzoni, tanto per sottolineare il concetto di come nessuno inventi nulla, ma che la vera capacità di un artista sia quella di sagomare il già esistente alle proprie necessità, vere o presunte che siano.

E dunque chitarre con un tiro da hard rock cafone e batterie sintetiche da dance evoluta, urla sguaiate e metriche hip hop, distorte pulsioni high energy e poderosa capacità melodica, qualcosa che i Prodigy – che si stavano accorpando proprio in quegli anni – studieranno alla perfezione approntando i necessari ritocchi per deflorare le classifiche giusto qualche luna appresso. Tutto qua.

Non è molto, ma nemmeno poco in un panorama che stava mutando pelle, stritolato dalla feroce dittatura della triade Stock Aitken & Waterman pronta a gettare nella mischia gente come Mel & Kim, Samantha Fox e Sabrina. Ecco, il grebo rock era l’esasperazione ritmico-melodica della malvagia Trimurti, il pop da cassetta sfigurato con l’acido, la muzak da supermercati sfregata contro la lavagna, la top ten immersa nella melma bollente.

Di tutta la polverosa pattuglia grebo (oltre ai PWEI di poco sopra andrebbero citati almeno i Gaye Bikers On Acid) furono gli Age Of Chance a trarne i maggiori benefici, rinvigorendo il best seller di Prince in maniera talmente netta che pareva fosse stato scritto apposta per quelle grattuggiate di chitarra e quell’incedere da Afrika Bambaataa a scuola dagli Status Quo.

Kiss diventa finalmente una canzone maschia, da rissa e birra, con cori da hooligan e un buon dispendio di ormoni; una cosa da periferia suburbana, lontanissima dall’irritante falsetto e da quella indecisione sessuale smutandata che da sempre il Signor Prince Roger Nelson si portava appresso.

Fu l’unica parvenza di hit per questa congrega di rockers lisergici (e un numero due nella annuale Festive 50 di John Peel) prima dell’anonimato nonostante una prestigiosa quanto inutile – e fuori tempo massimo – firma per Virgin che li vedrà sciogliersi appena oltrepassato il decennio.

Eppure com’era stata strana la genesi di quel mega successo, il terzo numero uno del Principe nelle classifiche americane dopo When Doves Cry e Let’s Go Crazy, creato a tavolino con la chitarra acustica e fissato su un demo di soli 90 secondi. Null’altro che un debole incipit e un esile ritornello, qualcosa che si perdeva nel vuoto e che l’elfo di colore non riusciva a concludere nemmeno dopo svariati tentativi e per questo si scazzava assai, battendo i piedini e scuotendo il culetto, irritato.

E’ roba da poco quel demo, ma nulla si butta nella catena di montaggio sonora del Principe, ove tutto può tornare utile. Intanto regala quei 90 secondi a Mazarati (uno della sua immensa scuderia) affinchè ne tragga ciò che vuole per il suo imminente album solista, magari altre mani riescono a plasmarne una parvenza di canzone, magari…

Mazarati lo prende in parola, si fa aiutare in sede di produzione da David Z. e scuoia letteralmente il demo, immergendolo in drumming sintetici e bianchi, incrociando armonie retroverse e giocando (eccolo, il segreto) sulle assenze e su un ritornello minimalista che è come frenare con i talloni a 140 chilometri all’ora sul più trafficato degli svincoli autostradali.

Il risultato è quello che conosciamo, e fu talmente entusiasmante per l’autore da richiederne a corte la versione definitiva, lasciando il buon Mazarati con un palmo di naso, nonostante la tenace opposizione della Warner, ferocemente convinta riguardo l’invendibilità di un pezzo strutturato in quel modo. Diverrà invece il singolo che farà di Parade l’ulteriore grande album e di Prince il più ispirato artista black degli anni ottanta.

L’hanno rifatta anche: Art Of Noise feat. Tom Jones, Senor Coconut And His Orchestra, Don Nino, Richard Thompson, Nicole Kidman & Hugh Jackman, Don Nino

PRINCE – Kiss (7”, Paisley Park, 1986)
THE AGE OF CHANCE – Kiss (7”, Fon, 1986)

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