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69) The Tralala Song (One Banana Two Banana) (Richie Adams / Mark Barkham) by Dickies

13 maggio 2011

La bellezza della gioventù è che ti permette di essere stupido e farla franca. Puoi fare o dire le cose più nauseabonde e vieni scusato dall’anagrafe; ridi a crepapelle per un nonnulla, ti intrigano le cose che farebbero vomitare un adulto ed hai un cinismo privo di sovrastrutture che ti traghetta fino all’adolescenza senza troppi scossoni.

La morte non ti spaventa, le ragazzine le trovi ridicole e ti faresti sequestrare la paghetta pur di non rinunciare al tuo programma televisivo preferito.

Una pacchia insomma, una sorta di immunità diplomatica puberale da spendere prima che arrivino le paturnie della maggiore età. Chi di noi (beh, chi di noi nati quando i Beatles si esibirono al Vigorelli) ha mai lontanamente pensato di snobbare Supergulp o quei telefilm di Arsenio Lupin con George Descrières che oggi sono boria gallica allo stato puro ma allora sembravano il massimo dello stile? O Fantomas e – oddiommio! – Orzowei?

Nessuno credo, anche se oggi, riguardandoli, quando non affiora un moto di tenerezza sono veri e propri imbarazzi quelli che ci assalgono, maledicendoci per essere stati così stupidi da versare persino qualche lacrimuccia per quel poveraccio in mutande di Orzowei, sorta di afoso Tarzan dei poveri, telefilm dove anche le scimmie erano di seconda mano.

Di una cosa però siamo certi (e mi permetto di parlare anche conto terzi), ovvero che tutti – ma proprio tutti – abbiamo esultato come facoceri dinanzi a quella meravigliosa stupidaggine chiamata Banana Splits.

Chi non ha atteso ogni settimana l’appuntamento in qualche vetusta tv privata di quelle ottuse scenette, talmente sciocche da far sembrare i Simpsons un parto di Tolstoj? Ne vedo parecchie di mani alzate, lì fuori.

Tutto questo molto prima dei vari Goldrake, Daitarn e porcheria giapponese assortita, sbobba da cervelli masterizzati arrivata quando noi avevamo qualche anno in più e già cominciavamo a toccarci il pisello e di tutto quel bailamme ci interessavano soltanto le tette di Venusia.

I Banana Splits invece erano telefilm fatti di nulla, per proteici bimbetti americani di quegli anni, dove quattro babbei con dei costumi animaleschi giravano in automobili improbabili, ciondolando come tossicomani, quali forse in effetti erano. Insomma, le Simpatiche Canaglie virate boom economico e con una goccia di LSD nel succo di frutta, né più né meno; da guardare di ritorno da scuola, con un pezzo di pane in mano e magari l’Idrolitina nel bicchiere, che tanto ci pizzicava il naso e ci pareva dunque già droga.

Talmente di successo (in USA) da esportarli ovunque in quel 1968, per poi replicarli con successo sin quasi alla fine degli anni settanta, sulle più minuscole emittenti private d’Europa. A ripensarci non v’era assolutamente nulla in quelle trame fatte di marshmallows e diabete, di risolini isterici e facce da Pippo sotto tranquillanti.

Non v’era nulla eppure non ne volevamo perdere una sola puntata, contagiati da cotanta meravigliosa ed appuntita stupidità, ancora talmente viva e febbrile che la BBC nel 2008 ha fortissimamente voluto far rivivere il telefilm, declinandolo ai nostri tempi.

E chissà che colpo al cuore dev’essere rivedere oggi Fleegle (il beagle), Bingo il gorilla, Drooper il leone e l’elefante Snorky ciondolare in quei costumi troppo grandi e in quelle improbabili avventure da Yogi narcotizzati al ritmo di The Tralala Song, la stupidissima ma contagiosa sigla.

Perché l’avranno tenuta, mi auguro, chè senza di quella tutta la serie si scioglierebbe come neve al sole d’agosto. Già, la cosa più fantasmagorica di questa Disneyland dell’ottusità fatta di Gabibbi ante litteram erano i subliminali stacchetti musicali (sigla in testa), troppo ben fatti per essere usati come riempitivo (e difatti di lì a poco si scoprì che dietro v’erano Al Kooper, Barry White e Gene Pitney (e scusate se è poco) o soltanto come accompagnamento.

E volendo dirla tutta spesso attendevamo il telefilm solo per gustarci quei due minuti iniziali che – per quanto ne sapevamo – avrebbero potuto essere un parto dei Monkees (altro telefilm che passava spesso e dal medesimo – ovvero basso, ma meraviglioso – quoziente intellettivo), figli della penna dei Beatles (siamo dalle parti di Obladì Obladà) o dei Beach Boys vogliosi di un divertissèment extraconiugale mentre Brian Wilson guarda(va) altrove.

Fatto sta che quella veloce filastrocca funzionava alla grande, tanto che persino quei simpatici cazzoni dei Dickies (ma non solo: Buffalo Soldier di Marley ha un nemmeno troppo velato richiamo nel ritornello) vollero rivederla a loro modo, e il loro modo era molto vicino a quello degli originali, velocità di crociera compresa.

I Dickies, già…loro sì erano davvero delle simpatiche canaglie; immaturi al punto giusto da prendere il punk per quello che era: moccio al naso, satira, nitrato di amile e divertimento stupido. 60es sotto anfetamine. Eppure sfortunati quasi quanto Ramones e Pretenders, con il chitarrista Chuck Wagon (vero nome Bob Davis) a togliersi la vita nel 1981 e Jonathan Melvoin – tastierista nell’album Idjit Savant – a morire d’overdose nel 1996 a New York, mentre era in tour con gli Smashing Pumpkins.

Tralala un cazzo, a pensarci bene.

L’hanno rifatta anche: Liz Phair With Material Issue.

BANANA SPLITS – The Tralala Song (One Banana Two Banana) (7”, Decca, 1968)
DICKIES – Banana Splits (7”, A&M, 1979)

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