h1

70) Apache (Bert Weedon) by Incredible Bongo Band

8 maggio 2011

Che fare quando gli originali sono virtualmente due e districarsi nel mare magnum fatto di numeri di catalogo e inezie discografiche pare pressochè impossibile? Come comportarsi quando una canzone nasce per fecondazione assistita e risalire allo sperma del donatore è impresa improba? Provare a raccontarla dal principio, magari, visto che per convenzione si è sempre preso a modello il singolo degli Shadows ogniqualvolta si parlava di Apache.

Convenzione errata, in verità, lasciata trasformare in mera consuetudine da qualche inesattezza sedimentata con lo scorrere del tempo, un po’ come andrà a succedere – 20 anni dopo – per gli A Certain Ratio e Shack Up (n.76).

E’ una storia complicata codesta, intrecciata sul cinema e con una base di partenza innestata in un lontanissimo 1954, più precisamente con un film diretto da Robert Aldritch e interpretato da Charles Bronson e Burt Lancaster. Il titolo? Apache, ovviamente.

Un western con tutti i crismi come decine di altri coevi, la solita zuppa bollita da (e su) luoghi comuni e dal mood reazionario, dove il nativo è il malvagio usurpatore, l’assassino senza pietà che il cowboy buon padre di famiglia farà di tutto per sterminare al fine di salvare la civiltà bianca, minacciata da questi selvaggi senza Patria (maiuscolo) e senza Dio (maiuscolo). Amen.

Insomma la nascita del sogno americano formato famiglia, o meglio: una pellicola che non avrebbe assolutamente lasciato traccia negli annali della storia del cinema se non fosse stato per un brevissimo passaggio strumentale che permeava alcune scene.

Nello specifico: un bell’arpeggio country western evocativo e muscoloso, un riff dalle affinità Morriconiane che sapeva tanto di Link Wray, speroni, polvere e Winchester. Viene fischiettato un po’ ovunque, in quel 1954 Maccartista, e se oggi ci si ricorda del film è soltanto per quel breve intermezzo strumentale, cosa – ne converrete – vieppiù strana per un manufatto visivo, soprattutto in quegli anni.

Come che sia, sono pochi minuti che servono come base di partenza a Jerry Lordan, polistrumentista abbastanza in auge nei primi anni Cinquanta. Lordan ne allunga l’intuizione cinematografica con un buon lavoro di cesello, leviga e smussa il tutto per renderlo adatto ad una resa orchestrale prima di abbandonare il progetto e regalare il work in progress al suo chitarrista Bert Weedon.

Potrebbe essere finita ma non è così. E’ qui che entrano in scena gli Shadows: nel 1960 sono accompagnati in tour proprio dall’ormai affermata band di Lordan, talmente timorosi da non perdere occasione per scrutarne le prove sperando di carpire qualche trucchetto; come quel motivetto western che Bert Weedon usa ogni sera per testare il suo ukulele. Prendono scrupolosa nota e non attendono nemmeno la fine del tour per impossessarsene senza manco cambiarne il titolo, facendone successo che segue il 45 di Weedon di un’incollatura.

La versione degli Shadows (con un Cliff Richard a suonare i bonghi in studio, tanto per sottolineare come il rock risponda a leggi imprescrutabili) diventa in brevissimo tempo successo planetario che cancellerà orribilmente il passaggio del dotato chitarrista su questa terra da allora e per sempre. Amen (ancora).

Per tutti Apache sarà un brano da ascriversi agli Shadows, anche quando – anni dopo – il polistrumentista e percussionista (nonchè manager della MGM) Michael Viner viene chiamato in fretta a furia a comporre qualche strumentale per rimpinguare la colonna sonora di un altro film.

Stavolta è The Thing With Two Heads, un b-movie senza troppe pretese ma dagli incassi sicuri che di lì a qualche anno diverrà un cult. Il budget è risicato e per risparmiare sulla colonna sonora la MGM pensa proprio ad uno dei suoi uomini. Viner si inventa un progetto percussivo dalla fortissima impronta black, lo chiama Incredible Bongo Band e – oltre i quattro brani per il lungometraggio – si ricorda anche della versione degli Shadows ampliando le registrazioni al fine di farne un album.

Bongo Rock esce nel 1973 senza troppo successo, nonostante la forte impronta ritmica e l’intelligenza con la quale sono strutturate le tracce, anticipatrici di un certo mood terzomondista scevro da intellettualismi spicci.

Bongolia, Last Bongo In Belgium, la stessa lunghissima resa di Apache lo rendono uno di quei dischi ai quali è impossibile resistere, perfetto cocktail party record che non lascia scampo, godurioso in ognuno dei brani che lo compongono, piccole operette ricamate di percussioni, dal ritmo contagioso e un dispendioso uso di fiati.

Eppure è stritolato dagli ultimi strascichi delle legioni Motown (in USA) e dall’avanzare del glam rock (in UK) e fatica assai nel trovare un riscontro immediato.

Servirà, giusto qualche anno dopo, l’investitura di personaggi quali Afrika Bambaataa e Dj Kool Herc per riportarlo alla visibilità, grazie ai loro eterogenei dj set dove la creatura di Viner aveva un posto di rilievo proprio per la marcata particolarità ritmica.

Ancora oggi l’Incredible Bongo Band è citata tra le pietre d’angolo dalle quali, in quei mediani anni Settanta, si svilupperà l’hip hop, come la versione della Sugarhill Gang andrà a certificare, di lì a poco. E che amen sia, definitivamente.

L’hanno rifatta anche: Xavier Cougat, Ventures, Surfaris, Senseless Things, Sugarhill Gang, 17 Hippies, Scooter.

BERT WEEDON – Apache (7”, Toprank, 1960)

INCREDIBLE BONGO BAND – Bongo Rock (Lp, MGM, 1973)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: