h1

71) In Heaven (Everything Is Fine) (David Lynch/Peter Ivers) by Pankow

5 maggio 2011

Fino a qualche anno fa – in epoca pre downloading, intendo – riuscire a trovare una copia di Eraserhead era praticamente impossibile; troppo oscuro, difficile e dalla nulla visibilità.

Non aveva mercato, insomma, e come avrebbe potuto averlo, poi? Per quale motivo qualcuno avrebbe dovuto prendersi la briga di distribuire in Italia 90 minuti del più claustrofobico ed angosciante cinema d’autore di tutti i tempi? Per fare incassi da 10 spettatori alla volta? Per rifondere biglietti a gente che – 15 anni dopo – avrebbe trovato nauseante Crash di Cronemberg?

Eraserhead fu una chimera per molti di noi, e tale rimase per parecchi anni, almeno finchè qualche copia in videocassetta proveniente dall’Inghilterra e con l’intercessione di qualche amico ben ammanicato riuscì a raggiungere i nostri videoregistratori e a diffondersi come un virus.

Un capolavoro sordido, quel grezzo e funereo bianco e nero, probabilmente uno dei punti più alti di cinema, sicuramente il picco di un giovanissimo David Lynch. Un manifesto di inquietudine, miseria e malessere costato sei anni di lavoro, un mezzo esaurimento e la quasi bancarotta del regista, prima che Mel Brooks e Stanley Kubrick s’accorgessero di quale opera il giovane cineasta avesse per le mani.

Talmente bello, seppure di difficile maneggiabilità (ancora oggi, dopo decine di visioni, è complicato trovare un filo conduttore che leghi gli incubi surrealisti messi su pellicola dal regista), che le copie passavano di mano in mano con prezzi da mercato nero.

Una inquietudine su pellicola che non tralasciava di scandagliare l’animo umano in ogni sua parte, finanche grazie ad una colonna sonora davvero splendida, ideale per commentare il grigiore e l’impossibile claustrofobia delle immagini. Pochi brani, dove gli estratti del jazzista Thomas ‘Fats’ Waller facevano la parte del leone, ma tra i quali si ergeva anche un lungo, roccioso e primordiale brodo noise che improvvisamente si trasformava in una luciferina cantilena deviata.

Vi aveva messo mano proprio Lynch, avendone scritto il testo lasciando il compito di musicarla ad un lucidissimo Peter Ivers. In Heaven (Everything Is Fine) – conosciuta anche come The Lady In The Radiator Song – è probabilmente assieme a quella Each Man Kills The Things He Loves che permea Querelle de Brest, una delle colonne sonore più belle e inquiete di tutti i tempi.

Entrambe semplici, melodrammatiche quanto basta e subdolamente canticchiabili nonostante un retrogusto tra l’angoscia e la rassegnazione, manco fosse opera dei Residents improvvisamente invitati all’Eurofestival. E dunque perfetta per prestarsi ad omaggi e riletture. Ne comprendevano subito la potenza i Tuxedomoon, primi a rileggerne l’angst senza affondare la lama, esplorandone soltanto l’inquietante abisso psicologico.

Ma è con gli italianissimi Pankow che si porta(va) ancora più avanti l’afflizione e l’urticante dispiegarsi della litania. Una rilettura da ospedale psichiatrico inserita in quel capolavoro di dub industriale prodotto da Sua Santità Adrian Sherwood, uno dei dischi più seducenti e misconosciuti mai usciti nel nostro disastrato paese.

Freiheit Fur Die Sklaven (Libertà per gli schiavi!) proclama una inquietante copertina disegnata da Mastro H.R.Giger (l’inventore di Alien), portone d’entrata e accesso a degli inferi sonori raramente ascoltati in Italia. Ma è dentro che ci si diverte ragazzi! E quanto mi dispiace per chi non ha potuto godersi il solforoso bitume armonico dei Pankow all’epoca, quando erano una delle massime espressioni di rock and roll del pianeta tutto e la Germania (e la Svezia, gli Stati Uniti, il Belgio, ecc.) li idolatrava quali star da prima serata mentre noi li snobbavamo bellamente, persi dietro l’ultima delle po(s)se.

FM, Alex Spalck, Paolo F., Jimmy…bocche da fuoco a lunga gittata, macchine da guerriglia sonora perfettamente oliate e sufficientemente fuori di testa; incroci poliritmici che avevano del meticcio e ondeggiavano tra Stooges, Throbbing Gristle e Prince facendo scuola (cos’è stata infatti la guerriglia dance dei Renegade Soundwave se non una versione meno grezza dei fiorentini?), declinati electro ma anche no, perché restringere il campo d’azione dei Pankow è ancora peccato mortale e capitava che in mezzo alla loro discografia indugiassero in s-ballate (Love Is The Biggest Pig), pop d’alto lignaggio (The Last Song), hard dance (Das Vodkachaos) e brume industriali (I Never Thought Of The Consequencies).

Ma è di Freiheit Fur Die Sklaven che stiamo parlando, dove una base di partenza prettamente elettronica faceva da sentiero a mille ustionanti rivoli eruttanti taglienti lapilli, schizzi dub, stratificazioni ritmiche e fiammate industriali.

Eppure era rock and roll pur senza avere uno straccio di chitarra, era pesante (nel senso di heavy) ed era cazzuto e non saprei spiegarvi il perché se non tirando in ballo la solita storia trita e ritrita dell’attitudine e bla bla bla. Nulla a che vedere con pericolose pacchianerie di molti loro colleghi del tempo saltati sul carro (armato) dell’Electronic Body Music; v’era del genio qui dentro, come v’era del genio e una sufficiente follia ogniqualvolta decidevano di salire sul palco per pericolosi brividi e goduriose esperienze sonore dai ben pochi rivali nel panorama coevo.

Un maglio chiodato dalle ruvide carezze, questo erano i folli fiorentini, costretti spesso a migrare – come sovente accade nel nostro paese – per avere dei riscontri. L’Europa li accolse a braccia aperte, decretandoli stelle di prima grandezza, e pure la (da sempre) sospettosa America ebbe più di un moto di curiosità nei loro confronti.

Per qualche anno furono scazzi, ripicche, malvagità sonore e problemi interpersonali a tener viva la fiamma dei cirillici fiorentini prima di una ibernazione coatta con rari segnali di disgelo. Oggi restano una manciata di album, qualche raccolta e un live a suggellare la carriera del più importante ed intelligente gruppo italiano degli ultimi 25 anni, che sarebbe giusto riportare al posto che gli compete.

L’hanno rifatta anche: Norma Loy, Tuxedomoon, Pixies, Meteors, Miranda Sex Garden, Win, Bauhaus

OST – Eraserhead (Lp, Alternative Tentacles, 1982)
PANKOW – Freiheit Fur Die Sklaven (Lp, Contempo, 1987)

2 commenti

  1. mi sembrava d’aver letto che la voce della Lady in the Radiator altro non sarebbe che quella di Ivers stesso debitamente highpitchata: ti risulta?

    Peter Ivers, peraltro, che andrebbe doverosamente (ri)scoperto. E colgo qui l’occasione per consigliarne almeno il “Take it out on me” da poco ristampato (mai pubblicato prima, in realtà, ma sarebbe una lunga storia), con alla voce una Asha Puthli yokonoeggiante che non ti aspetti.


    • Ho vaghi ricordi d’aver letto che la voce fu di Lynch, ma – oggi come oggi – non ne sono così sicuro. L’età…



Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: