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72) Molly’s Lips (The Vaselines) by Nirvana

1 maggio 2011

Cos’altro si può aggiungere su Kurt Cobain e i Nirvana che non sia già stato sviscerato, scomposto, scritto e riscritto in mille modi diversi (molti dei quali davvero infami), in una infinita serie di permutazioni vieppiù noiose? Nulla. A parte il rispetto che sarebbe davvero giunto il momento scendesse sull’uomo e sulla sua vita privata, troppo mitizzata e per questo evirata di quella fallibilità che lo rese grande.

E quando dico rispetto intendo anche un pudico e discreto silenzio che ne rispetti l’emaciata figura, sbranata troppe volte dal voyeurismo dei fans.

Cobain non era un dio, nemmeno minore. Come Lennon, Hendrix, Morrison, Curtis e mille altre morti celebri del rock è stato sovente un figlio di puttana epocale e mitizzarlo non ci fa ricavare nessuna buona vibrazione, soltanto qualche pruriginosa infamia d’accatto: non era Siddartha o la panacea di tutti i mali, mettiamocelo bene in mente, anche se a qualcuno fa comodo immaginarlo tale.

Kurt Cobain era molto probabilmente un poveraccio, un disadattato sociale in balia di un business discografico troppo spesso terreno di caccia per lupi e squali, ma che – quando si sedeva accarezzando la sua chitarra – spargeva sensazioni difficilmente ricreabili in natura. L’uomo non era l’artista, anzi l’uomo è stato fagocitato dalla propria arte, quindi si cali finalmente un pudico velo sulla sua esistenza, lo si lasci finalmente e una volta per tutte riposare in pace e rimangano le sue canzoni a testimoniare la grandezza.

Come dev’essere stato frustrante per quel viso da angelo caduto venir spinto a forza dentro un movimento che non significava nulla, e quanta noia e stizza ogni volta nel cercare di rigettare al mittente le sciocche domande su Seattle e il grunge.

Offensivo piuttosto ed anzichenò inserire i Nirvana in quelle pratiche sonore per boscaioli sovrappeso.

Cos’è rimasto di veramente epocale tolti i nostri, alcuni passi dei primi Soundgarden e qualche camicia di flanella? Davvero vogliamo credere che i Pearl Jam siano stati la rivoluzione, lì e allora? O che altrettanto abbiano fatto Alice In Chains, Stone Temple Pilots e reazionari sbadigli assortiti? O forse aveva ragione chi aveva subodorato da subito lo zampino dell’industria tutta, forse troppo preoccupata del veloce propagarsi dell’hip hop più integralista tra il pubblico bianco.

Teorie cospirazioniste senza capo né coda? Forse. E allora meglio pensare che gli Stati Uniti abbiano voluto riprendersi l’egemonia della discografia mondiale, battendo finalmente il Regno Unito sul proprio terreno. La posta in palio era di quelle per le quali lo spargimento di sangue sarebbe stato lecito: avere la supremazia sull’acquirente medio, quello wasp dal congruo potere d’acquisto, da troppo tempo rivolto ad Oriente con lo sguardo.

Eppure è sempre troppo limitante rinchiudere i Nirvana in quel praticello chiamato grunge, un piccolo prato ben coltivato ad epicità, buchi di eroina e Marshall. Bloccarli in quei pascoli narcotici quando loro invece prediligevano scorrazzare per enormi vallate, percorrendo distese con una resistenza che – a ripensarci oggi – aveva dell’incredibile.

Quando il meglio riuscivano a darlo con le spine staccate (si ascolti in loop lo strabiliante Unplugged, e poi si cominci a far di conto) o abbassando i toni.

Molly’s Lips è la quadratura del cerchio, l’anello mancante di una teoria Darwiniana che scivolava dai Josef K ai Blue Cheer. O viceversa. E’ il tassello che andava ad unire la scena scozzese dei primi anni ottanta alla Sub Pop, i BMX Bandits ai Pixies, il grunge alla scena C86, le Raincoats ai Dictators, gli Stooges ai Bay City Rollers, i Grand Funk Railroad ai Pastels dimostrando che – di qua o di là dell’oceano – le coste potevano avere la stessa morfologia e lo stesso clima e magari parlare anche lo stesso linguaggio, dialetti locali permettendo.

Una Pangea poche volte udita in precedenza, una deriva dei continenti sonora semplice eppure mai tentata prima in maniera così moderna.

Cobain fu immenso in questa intuizione, non solo perché fu il primo a capirne la portata e la facilità di fruizione, ma anche perché da sempre appassionato di quelle temperature sonore, lui che di Postcard, 53rd & 3rd e pop scozzese assortito se ne intendeva assai avendone studiato le mosse in gioventù.

Si esprimeva hard ma ingurgitava pennellate oblique di gente come i Biff Bang Pow o le Talulah Gosh, cosa che soltanto i veri artisti sanno fare, noncuranti di latitudini e longitudini sonore. Di sicuro – data la sua sensibilità fuori dal comune – avrà voluto omaggiare, rendere più visibili e far giungere pure qualche soldino a Eugene Kelly e Frances McKee, i due Vaselines, fino ad allora mai andati oltre lo status di belli e perdenti; ma il trait d’union tra l’umbratile Scozia e la piovosa Seattle con Molly’s Lips – dedicata da Kelly all’attrice scozzese Mary ‘Molly’ Weir – diventava qualcosa di più di un semplice e seminascosto filo conduttore; era un sentiero soleggiato finalmente sgombro da erbacce, distorsori e rovi.

C’è la grandissima ricerca melodica che Cobain ha sempre pervicacemente proposto in ogni sua canzone, magari nascondendola dietro muri di rumore – perché ogni nota a nome Nirvana doveva essere soprattutto inattaccabile dal punto di vista armonico – con una capacità di scrittura incredibilmente pop, talvolta al limite con certa bubblegum music dai refrain semplicemente perfetti.

Non sarà l’unico legame con i Vaselines, altri due indizi andranno a rinforzare la prova e a moltiplicare diritti d’autore, ovvero Son Of A Gun e Jesus Don’t Want Me For a Sunbeam a dimostrazione di un legame che andava ben oltre la mera stima musicale.

E se è vero – come era solito dichiarare William Burroughs – che ‘tutto appartiene al ladro ispirato e devoto’ Kurt (o Curt? Oppure Kurdt?) prima d’andare a collaborare proprio col Grande Vecchio trovava il tempo e l’onestà intellettuale per ammettere che Smells Like Teen Spirit era semplicemente un maldestro tentativo di copiatura ai danni dei Pixies. Chapeau.

L’hanno rifatta anche: Sugar Lunch, Semi Shigure

THE VASELINES – Dying For It (7”, 53rd&3rd, 1988)
NIRVANA / THE FLUID – Molly’s Lips/Candy (7”, Sub Pop, 1991)

One comment

  1. purtroppo non ho mai visto i vaselines dal vivo e tanto mi piacerebbe, ma gli altri sì, e forse sarebbe stato meglio di no perchè furono più convincenti gli urge overkill che gli facevano da gruppo spalla, ma l’articolo mi ha fatto scendere una lacrima per quel “ragazzo poveraccio e disadattato”



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