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75) Love Is The Drug (Roxy Music) by Grace Jones

17 aprile 2011

Premesso che Warm Leatherette non dovrebbe mancare in nessuna discografia degna di tal nome, non solo perché apice e zenith di una Grace Jones catturata in un momento di forma (fisica e sonora) strepitosa, e nemmeno per la pletora di cover buttata sul piatto, bensì soprattutto per la sciarada di musicisti da paura – Sly Dunbar, Robbie Shakespeare, Wally Badarou – che avevano partecipato alle registrazioni di cotanto capolavoro.

Premesso questo (perchè immagino vi siate assentati per andare a riprenderlo in mano, nel glorioso formato vinile) sarebbe invece doveroso spendere due paroline sull’Island Records visto che, sia l’originale dei Roxy Music, sia la cover della Pantera Nera uscivano per la storica etichetta.

Ma dire Island significa da sempre dire Chris Blackwell, ovvero l’uomo che ha consegnato il reggae ai bianchi facendoli innamorare dei tempi dispari. Colui il quale ha consacrato una vita alla musica nera e che ha sempre voluto un catalogo di altissima qualità. Eppure stranamente rimasto ai margini del giro che conta, di volta in volta surclassato da personaggi più bravi ad amministrarsi o a far parlare le cronache, quindi Richard Branson, Seymour Stein, Alan McGee e via discorrendo.

Meriterebbe un monumento su ogni piazza quel sant’uomo di Blackwell, e qualche candela al suo fiuto la potreste anche accendere visto i contratti che ha chiuso in cassaforte in 30 anni di vita dell’etichetta (Traffic, Fairport Convention, King Crimson, Nick Drake, Sparks, Bob Marley, U2, Cat Stevens, Nico, Tom Waits, PJ Harvey, Kevin Ayers senza dimenticare i due nomi di poco sopra).

Un gotha così eterogeneo che forse solo la Virgin ha potuto vantare, non senza pagare dazio al signore di cui sopra, essendo stata a scuola proprio da Blackwell, primo e unico a dar fiducia a Branson (e alla Chrysalis Records) tenendole sotto la propria ala nei primi incerti passi della virginea etichetta, anche con qualche sugosa iniezione di capitali.

L’occasione per glorificare Blackwell è arrivata nell’aprile 2009 quando finalmente la rivista Music Week l’ha riconosciuto come figura più influente dell’industria musicale britannica degli ultimi 50 anni.

Meglio tardi che mai, perché dei riflussi gastrici di Branson (linea aerea, emittenti radio, centri di fitness, finanche il viaggio con lo Shuttle a 250.000 sterline) e delle imbarazzanti esternazioni che ultimamente Alan McGee ha cominciato a lanciare in rete (roba da far impallidire le picconate del fu Cossiga) cominciavamo sinceramente ad averne le scatole piene.

E dunque lunga vita al nostro, che dev’essere stata avventurosa assai sin dagli inizi, quando – dopo i natali londinesi del 22 Giugno 1937 – naufragava (letteralmente!) appena adolescente sulle coste giamaicane. Raccolto e curato da una comunità rasta si trovava da subito invischiato in un sincero e passionale amore verso il reggae destinato a durare per tutta la vita. Uomo pratico Blackwell, abituato a reinventarsi in ogni avventura e a non darsi mai per vinto.

Finiva infatti, di lì a poco, ad occupare la carica di braccio destro del Governatore della Giamaica (Sir Hugh Foot) oltre che profondo conoscitore dei cantanti isolani, qualità che mette a frutto al suo ritorno in Inghilterra, quando si trova a vendere 45 giri di stampo ska direttamente dal bagagliaio della propria macchina; tonnellate di dischi importate direttamente dall’isola ad uso e consumo dell’immensa Colonia Caraibica trasmigrata in Inghilterra durante il primo dopoguerra.

E’ l’inizio degli anni sessanta, ed è qui, in mezzo a mille lavori – tra i quali quello di fattorino durante le riprese di Dr.No (film di James Bond del 1961) – che scatta la botta di culo epocale, una di quelle che ti cambiano la vita per sempre ma devi aver fiuto per saper cogliere al momento giusto, che se hai un solo colpo in canna non puoi sprecarlo per farti vento: nel 1964 produce e pubblica My Boy Lollipop, un 45 giri di Millie Small che vende 6 milioni di copie e rende possibile l’inizio dell’avventura Island.

Da lì la stura ad una ricerca che porterà ad un catalogo mai meno che perfetto, passerella d’artisti che permette in breve tempo l’ergersi dell’etichetta a grande tra le grandi. E l’inizio è già di quelli destinati a far parlare visto che – in soli 10 anni – finiscono tra le maglie di Blackwell nientemeno che un giovanissimo Steve Winwood con lo Spencer Davis Group, i Traffic, Fairport Convention, King Crimson, Free, John Martyn, Nick Drake, Sparks e Emerson Lake & Palmer.

Poi l’altra epifania, stereofonica stavolta: Bob Marley firma per l’island nel 1971 e quando esce The Harder They Come, lungometraggio con Jimmy Cliff sulla storia del reggae giamaicano è sempre Blackwell – in guisa di manager proprio di Cliff – a foraggiare il regista Perry Henzell e a rilevarne la distribuzione inglese.

E’ l’inizio del reggae nel mondo occidentale così come lo conosciamo oggi, un’avventura fantastica, multirazziale e anche abbastanza stupefacente che non avrà altro Dio all’infuori di Chris Blackwell. Bob Marley and The Wailers, Burning Spear, Black Uhuru e Third World sono solo alcuni dei nomi che il nostro contribuisce a sdoganare ad un – da sempre sospettoso – pubblico bianco.

Marley diviene una delle maggiori popstar del pianeta (primo e unico tra gli artisti giamaicani) e a rimorchio una pletora di artisti black trovano spazio nei negozi di dischi.

Il resto, come spesso si dice, è storia. Ma di quelle fatte bene, senza timori di smentite o revisionismi d’accatto. Almeno fino al 1989, quando Blackwell preferisce cedere il marchio (e il catalogo) alla Polygram, ricominciando in sordina dopo qualche anno con la minuscola Palm Pictures (quella dei Cousteau) e tenendo fede al suo vetusto ma sempre attuale motto: le grandi etichette sono supermercati, mi piace pensare che l’Island sia il piccolo negozio di prelibatezze dietro l’angolo.

Una drogheria insomma (Love Is The Drug, no?), magari quella che tanti anni fa lambiva un angolo di Hyde Park, lo stesso angolo dove (forse) – una domenica mattina – mentre passeggiava per quei sentieri, Bryan Ferry si trovò improvvisamente davanti la canzone finita.

L’hanno rifatta anche: Kylie Minogue, The Divinyls, Melissa Auf Der Mar.

ROXY MUSIC – Siren (Lp, Island, 1975)
GRACE JONES – Love Is The Drug (7”, Island, 1980)

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