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76) Shack Up (Banbarra) by A Certain Ratio

13 aprile 2011

A Manchester si viaggiava coi calzoncini corti, in quel finir d’anni settanta, nonostante il freddo e quella terribile umidità che oltre alle ossa ti prendeva anche il cuore, e chiedete a ciò che resta dei Joy Division quanto fosse vero, se non ci credete.

Quei pantaloncini pseudo mimetici – color Rommell in pieno deserto africano – una tinta cachi, tenue e che smagriva assai oltre a far risaltare l’eterno candore di gambe che mai avevano visto o soltanto immaginato il mare.

Una sorta di divisa più dal sapore scolastico che militare, il segno distintivo d’appartenenza ad una squadra, un gruppo, un circolo d’amici desiderosi di svago. Gli stessi calzoncini che – se avete una qualche dimestichezza con le cos(c)e rock o soltanto qualche anno sul groppone – ricorderete indossati dal Bernard Sumner di Joy Division memoria, appena prostratosi al Nuovo Ordine.

Furono però gli A Certain Ratio (eh, sì…ok…anche Angus Young sebbene d’altra foggia) a sdoganare quegli stupidi pantaloni corti da scolaretto, con somma gioia di Tony Wilson, pronto – con una delle sue solite esternazioni – ad equipararli a ‘dei Joy Division vestiti meglio’. Forse proprio per via dei calzoncini, chissà.

Resta il fatto che dire Factory significa (anche) dire Shack Up, ovvero da sempre uno dei bastioni sui quali parte dell’impero Mancuniano è andato ad edificarsi. E Shack Up non può non significare A Certain Ratio, ovvero il versante funk e nero di una cordigliera sonora fatta di innumerevoli vette candide e innevate, una sorta di crasi tra sdoppiamenti Miles Davis in pieno trip jazz rock e Roy Ayers, tra gli Chic a scuola di cattive maniere e i Funkadelic immersi nella calce viva, il tutto mentre James Chance con una raddrizzata spina dorsale va a scuola di discomusic.

Una formazione che nemmeno sotto trip saremmo riusciti ad inventarci tanto suonava agli antipodi da tutto ciò che Manchester ci aveva donato negli anni. Gli A Certain Ratio erano i Rare Earth e gli Average White Band del post punk, giovinotti che giocavano a prendere il funk per il collo, togliendogli l’aria ed asfissiandolo sotto una coltre di nebbie inglesi.

Shack Up fu un lampo funk di luce fredda, uno sbiancante neon sonoro, Curtis Mayfield e James Brown messi in candeggina e imbottiti di Serenase. Un groove di accenti ed assenze che pareva fosse stato scritto apposta per loro, in una sorta di osmosi ormai comunemente intesa e assimilata seppure non veritiera dacchè canzone – contrariamente a quanto si sia sempre indugiato a pensare – proveniente dallo striminzito catalogo degli oscuri Banbarra.

Che poi i mancuniani se la siano ritagliata addosso così bene da cancellare per sempre le già sbiadite tracce originali è un altro par di maniche che dev’essere costato nessuna fatica, visto che quel torrido riff funk rimaneva incomprensibilmente unico parto della misconosciuta formazione nata già morta tra le pieghe di una New York agonizzante e inconsapevolmente disco.

Eppure quante generazioni hanno ballato su quel singhiozzante e appuntito basso poi divenuto così profondamente A Certain Ratio, o su quella batteria che sapeva da polverosa savana, o ancora su una chitarra che pareva amplificata dalla resistenza di una stufa elettrica e poi passata in un macinino.

Non v’è raccolta in cui Shack Up non venga inserita per spiegare la genesi del punk funk o i mille sentieri che hanno fatto la fortuna della new wave, ascrivendola per convenzioni ai pallidi mancuniani e dimenticando i veri autori.

Che erano Joseph Carter e Moses McDaniel, due sconosciuti frombolieri funk, artefici e creatori di quel groove sfilacciato ma contagioso assai e dagli elevati ottani, giocato su una sezione ritmica ossigenata nelle assenze e dunque pronta ad andare in autocombustione spontanea; un groove per il quale David Byrne e i suoi Talking Heads avrebbero fatto carte false (e di lì a poco le faranno) e dal quale andranno a discendere assieme a parecchia dance newyorchese e stradaiola dei primi anni ottanta.

Ma non solo, come LCD Soundsystem e DFA tutta hanno declinato recentemente, in bella calligrafia e senza troppo nasconderne le fonti alle quali sono corsi ad abbeverarsi.

Più unico che raro dunque il caso dei Banbarra, diventati nel tempo così poderosamente hype loro malgrado da essere campionati tutto lo scibile hip hop che conta, Public Enemy e De La Soul – ovvero diavolo e acqua santa – compresi.

E chissà com’è passata di mano quella canzone, quale sconosciuto filo l’ha traghettata dai Banbarra agli Acr in un cambio di consegne perfettamente a tempo. Facile che il quintetto Mancuniano proprio a New York sia venuto in contatto con questo misconosciuto singolo, in una delle loro prime scorribande oltreoceano.

Magari tra un concerto al Danceteria – aperto da una certa Madonna – o frequentazioni funky che proprio in quei giorni stavano cominciando a contagiare la Factory. Magari tramite le Esg, chissà.

O magari grazie ad un vetusto negozietto di 45 giri usati, di quelli tenuti da qualche rude e polveroso misogino dalla barba incolta e sempre incazzato, quei luoghi magici dove accadono i miracoli. Sovente e a buon mercato. Probabilmente v’era una manciata di intonsi sette pollici marchiati Banbarra a giacere nello scatolone delle offertissime, pronti ad attraversare l’oceano per rinascere a miglior vita.

Da Manchester a New York, andata e ritorno. Sarebbe romantica assai come immagine pensare a Simon Topping o Jeremy Kerr a spasso per la Grande Mela in cerca di vecchi vinili discofunk da omaggiare al ritorno in patria. In calzoncini corti, ovviamente.

L’hanno rifatta anche: Bis, Nouvelle Vague

BANBARRA – Shack Up (7”, United Artists, 1975)
A CERTAIN RATIO – Shack Up (7”, Factory, 1980)

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