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78) The Girl From Ipanema (Perry Ribeiro) by Antena

4 aprile 2011

Ci sono tante piccole storie dietro una semplice canzone, frammenti di vita vissuta, scorci emozionali, flashback pronti per essere raccolti e raccontati. Sì, spesso è solo una stupida canzone, da maneggiare un paio di settimane e poi gettare come un chewing gum al quale è scemato il gusto, eppure dietro vi sono intere vite.

Forse è – anche – per questo che ci attacchiamo alla pop music e sovente riusciamo (non senza difficoltà, invero) a saltabeccare da Kylie Minogue a Nick Cave (o a riunirli entrambi, come Where The Wild Roses Grow, singolo del 1995, dimostra) o dai Tool a Carly Simon senza provare capogiri o rimescolamenti di stomaco, anzi riuscendo a ritrovare pezzetti delle nostre esistenze, fili spezzati che credevamo d’aver dimenticato ma che invece sono lì, fermi in qualche nostro remoto frammento di passato.

Parcheggiati in attesa di qualcosa che li scuota dal torpore. Datemi una canzone tra le centinaia di migliaia che ho fagocitato in questi anni e vi solleverò il mondo. O quantomeno vi potrò dire cosa stavo facendo l’esatto momento in cui la udìi per la prima volta. Le uso per una sorta di orologio personale, percorso segnaletico che mai mi ha fatto smarrire la strada maestra.

Questa è una di quelle piccole storie, forse una delle più gioiose legate un istante di un soleggiato pomeriggio brasiliano divenuto un classico. Uno sguardo fugace, rubato nel sole del meriggio, poi divenuto canzone e consegnato alla storia. La ragazza di Ipanema esiste davvero, è sempre esistita ed aveva l’abitudine di passare tra i tavolini del Caffè Veloso, in Montenegro Street (distretto di Ipanema di Rio). Gli stessi tavolini dove ogni santo giorno che Dio mandava in terra si riunivano a conversare Antonio Carlos Jobim e Vinicious de Moraes.

Tra sigari, donne – mettiamoci una virgola, ma anche no – accese discussioni sul calcio e qualche bicchiere. Non necessariamente in quest’ordine.

Ma quel pomeriggio del 1962 era diverso, quel caldo pomeriggio Heloisa Eneida Menezes Paes Pinto era particolarmente affascinante nonostante (o forse grazie a) i suoi quindici anni. Bella, a sentire Jobim molti anni dopo quando ricorderà quell’incontro, di una bellezza sfolgorante e pura come solo chi si nutre di sole può avere. Talmente sfavillante e ingenua nella sua abbronzata adolescenza fatta di mini short e una camicia annodata sull’ombelico, che insinua nei due l’idea di una canzone.

Jobim chiede all’amico Vinicius di accompagnarlo a casa a buttare giù qualche verso e un par di note, giusto qualche ora, giusto perché ho questa idea che mi rimbalza in testa e e un paio di bottiglie di quello buono, e vorrei scardinare l’una e le altre. E quando avremo finito le seconde ci dedicheremo alla prima, magari trovandole un titolo appropriato. Magari Menina Que Passa.

E’ una piccola filastrocca bossa appena sussurrata che i due limano e si rimpallano fino a sera inoltrata, ma è ancora da sbocciare, proprio come la piccola Heloisa. Serve una voce adatta per catturare il pathos, renderlo sexy e malinconico così come nelle intenzioni della coppia di compositori e nella migliore tradizione carioca; serve smussare le asprezze e togliere quel retrogusto volgare da periferica Lolita che non si adatta ai due gentlemen. Un paio di aggiustamenti al volo (non ultimo il titolo, ora Garota De Ipanema) ed ecco una prima versione di Perry Ribeiro, più matura e quadrata.

Manca però ancora qualcosa, manca un quid che la renda vaporosa e sexy, finanche inquieta e oscillante tra la spensieratezza di un adolescenza vissuta a piene mani e il cruccio del tempo che passa, portandoti via con sé, nell’attimo di un soleggiato pomeriggio. O forse, più semplicemente, manca che la gente se ne accorga, che quello sbuffo firmato Jobim/De Moraes esca dalle finestre, attraversi l’Atlantico e si offra a tutti, facendosi indossare.

La versione della Ribeiro veleggia nelle retrovie della musica brasiliana per tre anni finchè Norman Gimbel non ne intuisce le potenzialità e ne traduce il pathos in inglese, Astrud Gilberto ne approfitta e la rilegge assieme al mostro Stan Getz, per la prima tra le innumerevoli riletture che da allora si susseguiranno e rendendola da allora e per sempre The Girl From Ipanema.

Eccola l’inezia che mancava, il quid luccicante che rende finalmente giustizia al pezzo rendendolo in pochi mesi vincitore di un Grammy (nel 1965) e un classico inossidabile della musica brasiliana, ma non solo, come si evince da questa improbabile – eppure coloratissima versione – delle Antena, pronte a dare una scossa alla tristezza congenita che permeava le uscite di Les Disques du Crepuscule.

L’algido John Foxx andava a produrre una rilettura che sapeva di mango e papaya, che – seppure coltivata in serra e lontana dal vero calore del sole – manteneva un gusto saporito e dissetante.

Bevila perché è Tropicana ye!

Si scoprì soltanto dopo qualche anno che la Garota De Ipanema esisteva davvero, e che quel pomeriggio del 1962 non fu solo un mero frutto della fantasia dei due autori, pronti a ricamare una storia inventata – letteralmente – a tavolino.

Heloisa c’era, ma non volle mai credere d’essere lei l’oggetto di cotanta beltà; dovette scomodarsi Jobim in persona per confidarglielo, qualche anno più tardi, ed esporla al mondo. Un mondo dal quale si ritrasse subito suo malgrado, complice anche una famiglia iper protettiva pronta a castrare una carriera artistica come attrice, lasciandola fantasticare su quello che avrebbe potuto essere e non fu.

Heloisa non si è più spostata da Montenegro Street, e forse non ha mai dato nemmeno troppa importanza al suo essere soggetto di uno dei massimi capolavori del secolo scorso. L’unica sua poderosa rivincita è del 1987 quando, splendida quarantenne, accetterà di posare nuda assieme alla figlia per l’edizione brasiliana di Playboy.

Oggi quella ragazza di Ipanema ha superato da tempo i sessantanni, una semplice ricerca in rete vi condurrà ad alcune sue foto, a dimostrazione di come sia – ancora – una bellissima Menina Que Passa, pronta a figliare innumerevoli riletture che si susseguono puntuali nel tempo, e dove – tra le centinaia – svetta questo strano ma affascinante ibrido delle Antena, pronte a sciacquare la bossa nova in un rigurgito post punk.

L’hanno rifatta anche: Stan Getz & Joao Gilberto, Nat King Cole, Henry Mancini, Petula Clark, The Supremes, Chris Montez, Cher, John Holt, Four Tops, Lio, Al Jarreau & Oleta Adams, Pizzicato5, Michael Bolton, Eumir Deodato, Crystal Waters, Herb Alpert & Tijuana Brass.

PERRY RIBEIRO – Garota De Ipanema (7”, Odeon, 1962)
ANTENA – The Boy From Ipanema (7”, Les Disques Du Crepuscule, 1982)

9 commenti

  1. bella storia davvero, thanx


  2. Bella versione! Mi ricordo d’averla ascoltata su questa splendida raccolta
    http://www.discogs.com/Various-Sulla-Spiaggia-Ogni-Ragazzo-Ogni-Ragazza/release/385722


  3. Grazie ad entrambi. Quel disco lo conservo ancora gelosamente.


  4. Che bella storia mi hai raccontato. E come l’hai fatto bene


  5. E gracias anche a Music Pusher. Fosse solo per il nome😉


  6. tra i rifacimenti meriterebbe menzione anche quello approntato da Jeff & Jane Hudson (dal “world trade e.p.”, 1981) che anticipa sul filo di lana le intuizioni di Antena e, con la sua tropicalità irrancidita, predata di brutto certe cosucce su Not Not Fun Records (tra Peaking Lights e Sun Araw, diciamo).


    • ‘spetta, ‘spetta, ‘spetta, ma…sei Murmur o sono improvvisamente diventato pazzo?


  7. massì, salvaguardiamo la tua sanità mentale, va’😉

    peraltro apprezziamo la circolarità speculare delle cose della vita: io ti riconobbi in sede iamr-ica ed ora la storia si ripete a ranghi invertiti (tra Vico, l’anello di Moebius e lo Ying e lo Yang, diciamo)

    ed ovvi ma naturali complimenti per il bellissimo blog (ci voleva, davvero) e – scusate il ritardo – per la tua promenade tra i miasmi sheffeldiani


    • Bueno, allora ce sto’ ancora con la testa. Ben ritrovato, davvero.
      E grazie.



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