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81) Blue Monday (New Order) by The Times

21 marzo 2011

Ho sempre avuto la netta percezione e il sacro convincimento che il pop non sia mai stato faccenda da svolgere alla luce del sole o al calore dei riflettori; non solo in quei luoghi caldi ed accoglienti perlomeno, dove tutti sono pronti ad adularti e interi plotoni di paggetti dedicano l’intera giornata ad accontentare i tuoi viziosi capricci. Il buon pop e il vero rock (e il soul, il jazz…) non sono mai stati cosa da laboratori asettici, ma da rudimentali caverne polverose.

Ergo, sono ragionevolmente portato a credere dunque che i confini degli stessi non siano mai stati portati più avanti (o soltanto ‘altrove’) da beniamini pronti a campeggiare sulle copertine o adagiarsi in una comoda carriera fatta di cocktail e sniffate vip.

Quelli sono serviti da teste di ponte, cartoline pubblicitarie atte a far proselitismo, carne da macello intercambiabile alla bisogna, chewing gum da masticare giusto un paio di minuti e gettare nel cestino appena il gusto cominciava ad evaporare.

Non che sia (stato) un integralista da rifiutarli in blocco, ma la stima nei confronti di questi cardinali del pop, sempre in mezzo alle luci della ribalta a dispensare benedizioni con una miscela dalle pochissime permutazioni, immutabile per anni, è sempre stata a mezzo servizio.

Insomma, hanno avuto il mio portafoglio ma non il mio cuore, puttane di lusso che frequenti volentieri ma non sposeresti mai. Loro mettevano il mestiere e qualche ingrediente interessante, io compravo i loro manufatti; un rapporto di affari che non è mai sfociato in amicizia, ed è inutile che io stia qui a fare nomi dacchè il 95% di quello che gira e girava lì fuori rispondeva a questi requisiti.

No, il pop è stato faccenda soprattutto di meravigliosi perdenti, o soltanto di gente dal talento smisurato e dunque incapace di gestirlo come si deve; talvolta estremamente insofferenti verso lo stesso da gettarlo alle ortiche o voltargli le spalle con un moto di stizza.

Personaggi che al primo successo han preferito svicolare, o artisti che avrebbero potuto dominare le classifiche decisi ad indugiare in qualcosa d’altro, magari meno immediato ma più durevole. Ecco perché ho sempre guardato con un occhio di riguardo Joe Meek, Scott Walker, Julian Cope, Billy MacKenzie, Howard Devoto, Bid, Nikki Sudden e tutta una stirpe di musicisti venuti sulla terra per ingrossare le fila delle retrovie (dico Simon Warner e Phil Schoenfelt tra i meravigliosi sconosciuti, sperando di farvi cosa gradita e darvi un motivo – anzi due – in più per vivere).

Come gli Sparks di poco sotto, ad esempio. Ecco perché a Bob Marley ho sempre preferito Peter Tosh (e la fine del secondo la dice lunga su che razza di piantagrane insofferente fosse).

O che Clash, Sex Pistols Pistols e Damned fossero sì immensi ma non li avrei mai cambiati per il folletto Spizz, per Mark Perry o per quel/la folgorato/a di Wayne/Jayne County. Con questi parametri persino verso un grandissimo come Lou Reed ho sempre avuto qualche sospetto, divenuto col tempo indizio e poi prova bella e buona, decidendo che erano John Cale e soprattutto Nico a fare al caso mio in quel meraviglioso inferno privato chiamato Velvet Underground.

Dunque non potevo che trovare terreno fertile in quella congrega di pidocchiosi perdenti chiamata Television Personalities, banda erratica abbastanza da perderci il senno e il sonno visto l’ottovolante di sparizioni, ripensamenti, cadute di stile, capolavori, cazzate e guai che si è portata appresso in questi 30 anni di carriera.

Anzi, ad essere pignoli, dei TV Personalities m’aveva sempre affascinato la figura di colui che stava dietro alla già poco visibile figura dei due obliqui leader Daniel Treacy e Joe Foster, ovvero Edward Ball. Uno che probabilmente cambia l’arredamento di casa cinque volte l’anno vista la facilità e l’insofferenza con la quale nell’arco della sua intera carriera ha approcciato una discografia sterminata e dai repentini mutamenti.

Uno abituato a stare dietro, puntellando le avversità con spalle larghe, umiltà e una buona dose d’incoscienza: c’era da formare un gruppo? Lui era dietro all’immagine del leader. Servivano alcune sterline per mettere in piedi una piccola casa discografica e chiamarla Creation? Andava avanti Alan McGee, lasciando a Ball l’onere di tutto il lavoro sporco ed anonimo.

Stupiti, vero? La Creation non sarebbe mai nata senza le disponibilità finanziarie e le intuizioni di Edward Ball. Chi fu a dare i primi – necessari – suggerimenti al rossocrinito McGee? Chi a farsi carico di scelte e acume manageriale in quei primi passi? Sempre l’Edoardo.

E che dire di quando decideva – sciolto un primo sodalizio con Treacy – di reinventarsi di volta in volta cantautore o formare inspiegabili band pronte a cambiar nome appena pubblicato un disco? Impossibile seguirne il percorso vista la mole di denominazioni che l’hanno accompagnato: Teenage Filmstars, O’ Level, Love Corporation, The Missing Scientists, The Playboy Revolutionary, The Chemical Pilot, John McGee Orchestra, Conspiracy Of Noise e The Times solo per dire le più visibili.

Roba narcotica, indolente, dal passo strascicato, con la testa tra le nuvole e un narghilè grande così tra le labbra.

Roba che di volta in volta abbracciava i Sixties, immaginarie colonne sonore, indie e indian music. O bizzarri tentativi d’elettronica sulla falsariga degli Orb ma con molta più ironia.

Come questo singolo dei The Times, appunto: sette versioni sette della Blue Monday di New Order fama, riveduta e corretta secondo l’alfabeto psicotropo e zuccherato col Dilaudid del Signor Ball. Il quale, dapprima la rallenta in slow motion declinandola in un paio di lingue del mondo, e poi ne lava i sequencer col Royphnol, mentre sciacqua i ritmi in bacinelle di Valium. Una chitarra che geme su catarsi Pink Floyd, dei Massive Attack sbiancati e un – mai sopito – retrogusto Tangerine Dream fanno di Lundi Bleu una stranissima e originale versione.

Lui, Edward Ball, sornione come sempre, lo si sente lontano e svogliato pronto a mettere le dita in echi impercettibili della Blue Monday che fu. Che strano Lunedì.

L’hanno rifatta anche: Orgy, Nouvelle Vague, Electroset, Absolute Body Control

NEW ORDER – Blue Monday (12”, Factory, 1983)
THE TIMES – Lundi Bleu (12”, Creation, 1991)

One comment

  1. spettacolo



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