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83) Poptones (Public Image Limited) by The King Of Luxembourg

13 marzo 2011

L’accidia severa dei Public Image Limited che copula con i Cavalieri della Tavola Rotonda.

Uno in particolare, quello più visionario e efebico. Quello disarmato, seduto da qualche parte nel bosco a sorseggiare un frappè di peyote mentre passano nuvole di Monthy Python. Quello sperduto dentro gli ingranaggi della macchina del tempo; quello che ha preferito abbandonare Cappa e Spada in favore di una chitarra e un grumo di fiati prima di tornare al futuro.

Simon Turner (anche Simon Fisher Turner) ovvero The King Of Luxembourg, per servirvi. Sorta di Momus in seconda, e come il Nicholas Currie voglioso di declinare una propria versione di pop music, ancorata ad un passato che incrocia senza alcuna paura Charles Aznavour, i telefilm degli Avengers, Walker Brothers, Nico e ye-ye. Un gentiluomo delle brughiere; uno al quale andrebbe senza indugio dedicata una biografia zeppa di curiosità e trivia assortite, invece di queste aride cartelle. Un lord, insomma.

Un signore della musica britannica tutta, accumunabile ad altri blasonati eccentrici quali Bid (Monochrome Set), Anthony Adverse, Vic Godard o Luis Philippe (tutti, guarda caso, passati in èl). Uno che già nel 1973 svettava dalle copertine per adolescenti grazie ad alcune comparsate televisive, stella di un’Inghilterra spolverata di lustrini glam nella quale il nostro si ergeva quale ultimo teen idol di quei 60es che non volevano finire mai, tenuti in vita da un accanimento terapeutico persino simpatico nella sua ingenuità.

Simon era stato il ragazzo che ancheggiava tra i Toy Boy di Britt Eakland e che – con la sublime donna – ebbe anche qualcosa di più di un flirt e di un chiacchiericcio da gossip, divenendo in breve tempo un efebico sex symbol poco più che adolescente. E’ allora che decideva di mollare tutto, nauseato dall’assoluta mancanza di stile imperante e da un mondo di glamour per parvenue che non riconosceva più.

Ritornava alla musica come bassista (e autista di tour bus!) per Adam And The Ants, dopo uno iato di quasi un lustro, accasandosi nella più reale tra le case discografiche albioniche, ovvero quella èl Records da sempre portatrice sana di un’eccentricità britannica dai sapori appena accennati.

Creatura di Mike Alway, responsabile di un catalogo che è delitto veder scomparire nell’anonimato, ma anche di precise scelte grafiche (copertine come veri e propri capolavori d’arte pop) e di indirizzi sonori mai meno che perfetti nel loro cesellare canzoni e suoni d’alto lignaggio. Perfetta per il nostro, dunque.

Un catalogo ricco, speziato assai e con un nutrito numero di titoli, che non sarebbe male – per il neofita – cominciare ad approcciare tramite questa o quella raccolta, magari cominciando da Too Good To Be True The Very Best Of El Records 1985-1988.

Ma a noi interessa il Turner, e la sua resa di Poptones; e dunque tutto il bitume e la carta vetrata che permeavano quel vetriolico brano contenuto nel Metal Box della trimurti John Lydon, Keith Levene e Jah Wobble venivano messi in candeggina dal buon Simon, per poi essere risciacquati sulle rive del Tamigi e infine stesi ad asciugare al sole di Stonehenge.

Con un risultato straniante: i La’s ai quali hanno staccato la spina e costretti agli archi; i Coldplay coi calzoni corti e Joe Meek in sede di regia; Julian Cope con un trip di troppo improvvisamente sorpreso a picchiare Thom Yorke; il Bowie di Aladdin Sane costretto a suonare con strumenti giocattolo in un asilo di Gremlins. In soldoni: pop inglese – si sottolinei inglese – come raramente s’era declinato prima d’allora, soprattutto su cotanta magmatica materia, che se c’è stata davvero una rivoluzione la fecero partire i PIL di Metal Box.

E cio’ che in origine puzzava di zolfo finisce con lo spargere effluvi di lavanda e menta selvatica, dimostrando insospettabili capacità melodiche. Merito della canzone, certo, ma anche delle sapienti dita del Sovrano Lussemburghese, pronto a rimaneggiarla in un album di eccentrico pop albionico dai mille punti in comune con il succitato Momus.

Zampilli anni Sessanta, spolverate d’elettronica, Smiths e Pet Shop Boys catapultati a Ready, Steady, Go! nel 1967, Beau Brummels col lecca lecca, Monkees a velocità ridotta sul trenino di Gardaland. Insomma un proprio personale pantheon, un ingenuo e contagioso Top Of The Pops d’altri tempi.

C’è un po’ di tutto in Royal Bastard, ma senza sprecarsi in inutili dispersività: così accade che i Television Personalities procedano alti e schietti in duplice filar con i Turtles; che il citato Lydon post Pistols si lanci in una giga con gli Harper’s Bizarre lasciando polvere di stelle ad ogni passaggio; che Henri Mancini s’involi con i Castaways e l’orchestra in toto mentre Simon Turner sorveglia e dirige da un dirigibile gonfiato a LSD.

Royal Bastard è fatto di velenoso zucchero filato, di mandorle amare e sciroppo d’acero, di luna park abbandonati alla salsedine in qualche spiaggia del nord sferzata da pioggia e vento, di cartoni animati per adulti, di clown dalla lacrima facile.

Farà il paio con Sir, ulteriore long playing a pagar dazio su èl, prima di chiuderne la parentesi e reinventarsi ricercato autore di signorili colonne sonore tra le quali svetta il Caravaggio di Derek Jarman.

Rimane il fatto che io ricordo benissimo il momento in cui arrivai al cospetto del Sovrano, un caldo 25 Aprile di molti anni fa, con uno di quei colpi di fortuna che sovente accadono – e chi passa la vita a scartabellare mercatini e impolverate cantine lo sa meglio di me – quando mi si parò dinanzi ad un prezzo irrisorio in mezzo ad una enorme quantità di assortito vinile, nascosto tra scatoloni di assurde nefandezze trash che sarebbe stato delitto di lesa maestà (tanto per rimanere in alberi genealogici reali) lasciare al loro destino. Meglio le mie, di mani, se proprio dovete darvi via, pensai.

E dunque, tra un Alone Without You di Paul King (altro sovrano, che sia stato il destino, allora?) e una manciata di 12” house; tra un singolo dei Propaganda e Le Banana Split di Lio; tra un Tuxedomoon intonso capitato in quella bancarella diosolosacome e Face To Face, Heart To Heart dei Twins il regnante mi vide. E abdicò. Per la modica cifra di lire tremila.

L’hanno rifatta anche: Dazzling Killmen

PUBLIC IMAGE LIMITED – Metal Box (Lp, Virgin, 1978)
THE KING OF LUXEMBOURG – Royal Bastard (Lp, èl, 1986)

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