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84) Fire (The Crazy World Of Arthur Brown) by Lizzy Mercier Descloux

8 marzo 2011

Arthur Brown (e gli Shocking Blue) sono stati i miei primi idoli rock. Il brividoso battesimo dopo l’inconscia ma profonda simpatia verso qualche interprete dei tardi 60es italiani; predisposizioni prese in prestito grazie agli acquisti di sorelle maggiori, già adolescenti e quindi più addentro in quella rivoluzione che stava raggiungendo finalmente anche l’Italia, dopo anni di Cantagiro e Dischi Per l’Estate.

Non mi perdevo un passaggio televisivo di Massimo Ranieri, e nell’annuale battaglia a Canzonissima tra lui e Gianni Morandi ero poderosamente dalla parte dello scugnizzo partenopeo per mood, censo e capacità vocali. Quelle scenografie in bianco e nero e quelle spider decappottabili piene di cantanti che passavano di paese in paese furono la mia prima vera rivoluzione musicale prima del passaggio di testimoni tra lo stesso Ranieri, la Caselli, gli ultimi scampoli di Beat italiano e Il Pazzo Mondo di Arthur Brown.

Una cosa veloce ed indolore, da metabolizzare in fretta prima di rischiare di venirne respinto, e sono vieppiù sicuro che – non avessi trovato attraente il rock sulfureo di Brown o l’hard pop degli Shocking Blue – la mia vita sarebbe stata senza’altro diversa, e non solo musicalmente. Non sarei mai stato pronto a diventare musicalmente adulto. Quantomeno sino all’arrivo dei Ramones, che rappresentarono la mia conversione in toto, il mio prendere i voti.

Ma il merito della mia investitura va a Mr. Brown; è stato lui il primo brivido caldo, quello inspiegabile, quello che t’attira dentro un pozzo di inimmaginabili misteri, che ti conquista lasciandoti sognare cosa avrebbe potuto esserci dietro quello sguardo o quei travestimenti, quello che ti fa capire che il rock è sì un circo Barnum dove si vendono incubi, brown sugar e aria fritta, ma v’è pure dell’altro; e quel ‘altro’ può sovente diventare pericoloso, quindi sbalorditivo, come quando – mentre sei piccino – ti dicono a più riprese di non mettere le dita nella corrente o sbirciare dal buco della serratura, ma tu, chissà perché, non riesci a non farlo.

E sono sicuro che parecchi di voi capiranno di cosa sto parlando, perché il rock and roll è una scossa elettrica che ti colpisce una volta ma ti lascia l’anima con i cavi scoperti per sempre.

Rimanevo intere ore a scrutare quella copertina dai bordi gialli, quel pezzetto di vinile circolare dalla pecetta interna così lisergica (non sapevo cosa volesse dire lisergica, ma mi girava la testa a vederla attorcigliarsi sotto la puntina) rapito da una delle più belle immagini del rock tutto, dove il pazzoide troneggiava con un copricapo fiammeggiante, bardato come un ministro di un culto voodoo venuto dallo spazio a distribuire lecca lecca tutt’altro che salubri ed ignifughi.

Il tutto mentre Fire, il suo hit, girava in loop su uno scassato giradischi sottratto di nascosto in casa, uno di quelli che ancora avevano la possibilità di ascoltare i 16 e i 78 giri, sul quale una mia tremolante mano perdeva minuti nel trovare il giusto solco alla puntina per non lasciar scivolare via nemmeno un oncia del suono magico che da quella scatola si diffondeva nell’aria.

Lasciatemi riprendere fiato, ma vi giuro che era terrore puro sentirne l’incipit, ove l’uomo declamava con fare misterioso e satanico ‘I’m the God of hell fire and I bring you!’ prima che partisse un treno merci di hard rock che ancora oggi – quarantanni dopo! – trovo sufficientemente esplosivo e quindi non oso pensare al tempo.

Non avevo idea di cosa volesse dire, intendiamoci, a cinque anni mica sapevo leggere, ma quell’esortazione ero sicuro non fosse una melliflua e parrocchiale trasposizione inglese di ‘fatti mandare dalla mamma a prendere il latte’ o ‘in ginocchio da te’. Anche se io, allora, in ginocchio da Arthur Brown ci sarei andato eccome. E con una scatola di fiammiferi tra le mani.

Quello urlava come un assatanato, non era un uomo, era un imperativo e la voce pareva davvero provenire dagli inferi tanto risuonava cavernosa e riverberata.

Qui c’era il brivido e il pericolo, qui c’era il rock and roll e io non lo sapevo anche se avrei tanto voluto essere ammesso alla corte del Sacerdote Fiammeggiante pur essendone terrorizzato.

Dovetti farmi dire il titolo dalla sorella di cui sopra, poco propensa a lasciare in mano giradischi e un anthem piromane ad uno che ancora non andava a scuola, guardandomi strano e di sghimbescio, ma cedendo. Fire è stato il mio battesimo rock con tutti i crismi, e a celebrare la liturgia fu quel Gran Maestro di Cerimonie di Arthur Brown, un Sun Ra con le fattezze di Screaming Lord Sutch e la spigolosità malefica di Vincent Price.

Solo più tardi scoprii che i Crazy World erano Vincent Crane (futuro atomic Rooster) e Carl Palmer (poi negli E.L.& P.) e scusate se è poco.

Sono tuttora orgoglioso di cotanto battesimo, e anche se in pochissimi oggi lo ricordano (forse solo i Prodigy di Firestarter), la mia scelta della versione di Lizzy Mercier Descloux su Zè Records è più un tributo sulla fiducia che una resa vera e propria, visto che la squittente signorina andava a sommergere lo spavento metallico dell’originale su un innocuo ed emaciato p-funk equidistante da Kid Creole come dai Tom Tom Club, da certa disco come da No New York, riuscendo a schiaffare sul retro del singolo anche quella Mission Impossibile (Lalo Schifrin) molto prima che tornasse in voga.

Forse un passaggio di testimoni certo, ma che attende James Murphy affinchè il risultato sia omologato, e mi piacerebbe assai che DFA tutta decidesse un giorno di bruciarsi le mani su Fire. O che lo facessero i Liars. Magari con i Kraftwerk in cabina di regia.

Nel frattempo, nessuno riuscirà mai a ridarmi quei brividi e quell’innocente battesimo rock; di certo Arthur Brown rimane sigillato nei miei ricordi come una delle mie rarissime – seppure inconsapevoli ed orgasmiche – epifanie rock and roll.

A proposito: avete da accendere?

L’hanno rifatta anche: Cathedral, Die Krupps, Emerson Lake & Palmer, Leningrad Cowboys, Ozzy Osbourne, The Prodigy, The Who, Ventures

THE CRAZY WORLD OF ARTHUR BROWN – Fire (7”, Track, 1968)
LIZZY MERCIER DESCLOUX – Fire (12”, Zè, 1979)

5 commenti

  1. gesù… ma che edizione hai del disco? Il mio la pecetta lisergica non ce l’ha: una normale “Track Records” NERA!😦


  2. E’ una banalissima edizione francese, se non ricordo male su Philips.


  3. mitico


  4. Ma A.Brown cantava davvero con del fuoco in testa?
    Visto che hai citato la label del tuo vinile perché non la fotografi e la pubblichi? Sarei curioso di vederla.


  5. Ciao Enrico…ma dici la copertina del 45 originale o del 12″ di Lizzy? Perchè, nel secondo caso ce l’ho nella vecchia abitazione in mezzo ad un mare magnum di 12″, nel caso di Brown sarebbe già più agevole perchè ‘più o meno’ so dove si trova…🙂



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