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87) Sex Beat (The Gun Club) by Two Lone Swordsmen

23 febbraio 2011

Non so voi, ma io qualche fissa – nel corso di questi sette lustri di onesta militanza d’appassionato – l’ho avuta, e trovo che cosa buona e giusta per chiunque si dedichi ad ascoltare più musica possibile. E’ sintomo di emotività sulla quale sarebbe bene non far troppo le pulci visto che fisiologicamente ognuno di noi ha degli scheletri chiusi a doppia mandata dentro gli armadi.

In verità qualcuna di queste fisse continuo a portarmela appresso anche oggi, quasi fosse un virus impossibile da debellare e al quale si decide di cedere con immenso piacere, senza porsi troppi problemi.

Alcune di queste fisse sono rispettabilissime, spendibili un po’ ovunque e magari usabili senza affanno anche nei salotti buoni fino a renderti inattaccabile (dico Sparks, giusto per buttare un nome). Altre un po’ meno e sono consapevole che fare outing e divulgare al mondo di aver collezionato maniacalmente gruppi come i Menswe@r, i Bis o gli Orlando non sia propriamente cosa d’andarne fieri, considerando anche la loro esigua durata, la non eccelsa tenuta e la mia veneranda età, che non rivelerei manco sotto tortura ma che potete evincere agevolmente facendo due conti sui gruppi fin qui elencati.

Eppure sono cose che non riesci a comandare, ti si insinuano sotto pelle e non ti lasciano più, quindi è inutile provare a resistere o a porsi domande; è meglio cedere subito, lasciare che questa mania faccia il suo corso ed aprire i cordoni della borsa con un sospiro.

Non che abbia passato la vita ad accumulare supporti fonografici di due sole band, sarebbe veramente triste e forse materia per qualche strizzacervelli. Tra gli Sparks e i Menswe@r sono state ben altre le formazioni alle quali ho donato una porzione della mia vita e gran parte del mio stipendio: Ramones, New Order, Magazine, Pink Military/Industry, Associates, Pulp, Therapy?, i Coil da Horse Rotorvator in poi.

Finanche i Simple Minds della trilogia Empires And Dance, Sister Feelings Call e Sons And Fascination, vera ossessione in quei primissimi anni Ottanta, prima che Jim Kerr e compagnia bella scivolassero verso il loro tristissimo destino diabetico fatto di glucosio ed epicità spiccia.

Tutti gruppi, a ben vedere, che a me piace il gioco di squadra, e dei solisti pieni di ego e capelli (tolto qualche genio universalmente riconosciuto) non ho mai saputo che farmene. Gruppi dunque, band, macchine sonore che davano il meglio della loro espressività su un palco, fatte da gente quadrata e armonicamente ben unita.

Tutto ciò finchè verso la seconda metà del decennio (quello che stava volgendo al desìo lo scorso secolo) ho cominciato a seguire le gesta di due bianchi dall’anima nera. Uno era Adrian Sherwood, l’altro un ragazzotto in giro sin dai tempi del punk: Andrew Weatherall, sorta di pallido Afrika Bambaataa catapultato per sbaglio nei sobborghi londinesi.

Rocker duro e imbrillantinato, fanatico di rockabilly prima che il punk se lo prendesse e lo portasse via con sé in un rapimento d’amorosi sensi bello e buono ove il nostro – prima del ratto – riusciva a portare seco certo reggae dilatato ed indolente e a liberarsi della morsa.

Appassionato di rock ma anche di elettronica, e da sempre deciso a farle collidere prima di intingerle nel dub spegnendoci sopra un mozzicone di sigaretta senza filtro. Non fu amore a prima vista il nostro, ma tenue ed interessato annusamento, almeno finchè non giunsero i Primal Scream a far da sensali tra il sottoscritto e Weatherall.

Loro e quel capolavoro chiamato Screamadelica, disco (sì, disco. E doppio pure) tecnicamente e giuridicamente riconducibile alla band ma farina del sacco del buon Andrew più di quanto si possa immaginare. La Guerra dei Mondi in quel preciso momento storico; due per la precisione: quello indie e quello elettronico, per la prima volta sfregiati e costretti a convivere sotto lo stesso tetto, incatenati al pentagramma ma con dei risultati inauditi.

Fu Weatherall a certificare e vidimare un meretricio e un incesto tra fratellastri sonori raramente tentato in precedenza (e se mai era stato fatto, di sicuro non con codesti risultati). Di lì la mia ossessione quasi patologica per l’uomo e le sue visioni, sempre pronto a scartare di lato in cerca di anfratti dub e indie rock fumoso, a mostrare la strada a tutti gli LCD Soundsystem del pianeta di lì a venire, ma privati dell’hype e lasciati naufragare sulle spiagge giamaicane sopra un tamburo scordato.

Weatherall non è mai stato né ‘di qua’ né ‘di là’, Weatherall c’era e basta, sorta di Lee ‘Scratch’ Perry dei sobborghi inglesi, sempre pronto a sperimentare con lo studio di registrazione e portare le dilatazioni al limite. C’era quando appunto lasciava Gillespie e compagni liberi di sballare e si chiudeva in studio a propagare il loro gospel rock di marca 60es; c’era quando nei primi anni novanta si inventava i Sabres Of Paradise e ci buttava in faccia un’elettronica che tanto doveva al Krautrock quanto a Canterbury e all’acid house; c’era quando – mai sazio – conduceva per mano in un asilo di correzione (e corruzione) anche le sghembe armonie dei My Bloody Valentine e le portava nelle discoteche per quello che forse è il suo massimo capolavoro, ovvero il remix di Soon: sette minuti e rotti di crepitìi indie rock lasciati macerare nell’electro.

C’era anche quando decideva di sparire o rimanere al palo, perché ne leggevi a sprazzi in qualche rivista d’oltremanica, beccato magari in un club fumoso e declinare dj set dove convivevano Marlena Shaw e i La Dusseldorf, gli Human League e Andrew Poppy, Morricone e Link Wray o Mad Professor.

Spariva per qualche tempo, eclissato da problemi personali e da una nuova generazione di produttori/dj, più inclini al jet set che allo studio di registrazione; prima di riemergere assieme a Keith Tenniswood per un nuovo progetto (Two Lone Swordsmen), un’etichetta (Rotter’s Golf Club) e dare alle stampe un capolavoro come The Double Gone Chapel nel 2004. Espressione massima di meticciato sonoro: Kingston che incontra la New York dello Studio 54 e dei Liquid Liquid immergendole entrambe nella Factory di Section 25 e A Certain Ratio prima di inserire un sigillo Stax, un paio di profondi tagli Throbbing Gristle e magari un remake dei Gun Club a guarnire. Questo.

Un ordigno sonoro dall’elevato quoziente intellettivo che non tralasciava però di concentrarsi sull’aspetto meramente danzereccio. Se mai il 2004 ebbe bisogno di un disco dell’anno, beh…era questo. Andrew Weatherall è il mio santino sul portafoglio, è tutto ciò che io chiedo da chiunque si definisca appassionato di musica: attitudine, Pernod e sguardo a 360°. Non mi serve null’altro per donare la mia stima; a maggior ragione verso uno che mai ha cercato di capitalizzare sui media la sua carriera: difficile vederlo nei posti che contano o sulle copertine delle riviste; più facile leggerne sui crediti dei dischi, ma questa è una cosa che non ti fa venderne di più in un mondo dove apparire non ha prezzo.

Per tutto il resto c’è Weatherall.

L’hanno rifatta anche: Warum Joe, Alejandro Escovedo, Bang Bang, Korea Campfire, Terrorgruppe

THE GUN CLUB – Fire Of Love (Lp, Ruby, 1981)
TWO LONE SWORDSMEN – The Double Gone Chapel (Cd, Rotters Golf Club, 2004)

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