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88) Never Turn Your Back On Mother Earth (The Sparks) by Martin L. Gore

19 febbraio 2011

Il migliore dei mondi possibili non è mai stato realizzato. E mai lo vedremo, temo. Perlomeno finchè gli Sparks non saranno assisi a planetaria gloria. Perchè in un mondo giusto gli Sparks avrebbero combattuto fianco a fianco con gli Stones, i Duran Duran, gli U2 e i Clash dall’alto delle classifiche; avrebbero guadagnato decine di copertine, sarebbero finanche stati idoli incontrastati al pari dei Queen, anzi avrebbero ricacciato indietro quel tronfio onanismo sonoro di Mercury & Co. con il quale siamo costretti ogni giorno a fare i conti da almeno sette lustri.

Gli Sparks – in un mondo giusto – godrebbero della stessa stima riservata ai Velvet Underground e agli Stooges, artisti seminali che hanno indicato una strada, adoperandosi per disboscare un impervio sentiero. Sarebbero stati rockstar di primissimo livello gli Sparks, in un pianeta dove il condizionale non si usa mai: gente che riempie gli stadi e gira sotto scorta, vorace oggetto del desiderio di milioni di fans.

Dirò di più, sarebbero stati talmente idolatrati che in capo a tre album avrebbero fatto schifo, annacquandosi come un iceberg lasciato marcire sulle coste dell’Equatore, magari con una vita farcita anche di scazzi e gossip per qualche donna, beghe legali, ville alle Bahamas e un processo per evasione fiscale, coca party e sesso con minorenni.

Si sarebbero sciolti e riformati e sciolti e riformati, vivendo di rendita, riproponendo i soliti tre successi in croce per un pubblico di decerebrati finendo con lo scivolare in una melassa pop incomprensibile che li avrebbe ingoiati…Noi saremmo qui a fantasticare su come sia potuto accadere tutto ciò e il pianeta avrebbe una coppia di bolse rockstar in più, pronte a farsi vive soltanto in qualche mega concerto per beneficenza, con Bono (non vorrete mica che manchi Bono ad un concerto per beneficenza, vero?) a stringer loro la mano e qualche Pink Floyd sparso (e vivo, soprattutto) a dispensar sorrisi.

Ma non viviamo in un mondo giusto (per fortuna, aggiungerei, a questo punto), non l’abbiamo mai vissuto e probabilmente mai camperemo abbastanza per viverlo, altrimenti dopo Zooropa gli U2 sarebbero stati nebulizzati nel cosmo e il sottoscritto nel 1984 avrebbe avuto un flirt con Kim Wilde, oggi sarebbe l’amante di Kylie Minogue e il suo conto corrente riporterebbe un saldo più adeguato alle sue necessità. Quindi mettiamoci l’animo in pace ma cerchiamo di renderlo ugualmente migliore per quel poco che ci è concesso, che – come recita un adagio cinese – se spazzi l’uscio di casa tua in breve tutta la città sarà pulita. E quindi sia lode e gloria ai Fratelli Mael.

Perdoniamo il crimine che da oltre quaranta (quaranta!) anni viene perpetrato contro questi due cherubini del cinismo, crimine tra i più brutti dell’umanità, invero.

Perdoniamo, ma soltanto dopo aver cercato di metterci una pezza, magari chiedendo a gran voce una ristampa di catalogo con dovizia di ghiotti inediti, oppure precipitandoci fuori a comprare un qualsiasi loro manufatto. O soltanto chiedendo a gran voce che finalmente si decidano ad esibirsi in Italia. Istituiamo lo Sparks Day e chiamiamoci tutti a raccolta; non siamo pochi e sarebbe cosa buona e giusta, oltre che atto di misericordia verso una eccentrica banda davvero seminale, trovatasi a lambire incidentalmente le classifiche giusto un paio di volte (1974 e 1979) e con due stili completamente differenti, ma caparbia abbastanza per essere ancora qui dopo quasi mezzo secolo a donarci puntualmente la loro cinica visione del mondo.

Gli Sparks sono i miei Monthy Python sonori, sempre seminascosti e difficili da captare. Possono contare su uno zoccolo duro di seguaci della prima ora, invecchiati con loro e che con loro moriranno. Ecco, in un mondo giusto gli Sparks sarebbero stati famosi come i Depeche Mode. Anzi, probabilmente gli Sparks letteralmente inventarono i Depeche Mode nel 1979, con la complicità di Giorgio Moroder in quel sublime e danzereccio proto electro di The Number One Song In Heaven.

Nessuno se ne accorse e gli eccentrici Mael dovettero accontentarsi dell’omaggio del di loro leader, quel Martin L. Gore che nella sua prima sortita solista andava a mettere qualche mattoncino nella grande casa dei padri putativi che concorsero a forgiare il suono e l’epica dei DM. Così, tra un Tuxedomoon e un Comsat Angels, tra un Joe Crow e un Durutti Column spiccava (anche) questa Never Turn Your Back On Mother Earth, una delle più belle – e misconosciute canzoni – degli anni 70; qualcosa che in pieno esplodere del glam procedeva per piccoli tocchi e con un retrogusto triste e malinconico, lontano da tutto ciò che andava per la maggiore e – se proprio volessimo trovare qualche parentela – appresso soltanto a qualche pagina coeva dei Roxy Music più umbratili o dei Van Der Graaf Generator improvvisamente divenuti transgender.

Viene da quel biennio dorato (1972-1974) che portò in eredità due album straordinari come Kimono My House e Propaganda a pochissimi mesi di distanza l’uno dall’altro, e che ci fece capire come il rock non fosse morto, inabissatosi sul ciuffo di Gary Glitter o sui pantaloni degli Slade e degli Sweet, anzi. Gli Sparks furono tra i pochissimi a mantenere viva quella fiammella consunta, proteggendola sino all’arrivo del punk e oltre. Già, oltre.

Perché, mentre tutti erano in irose cattiverie sonore concentrati loro se ne uscivano inventando l’electro, in un 1979 dove la melassa disco aveva già dato tutto quello che aveva – se aveva – da dare, prima di ritornare al loro consueto zigzagare che persiste tuttora.

Se oggi i Franz Ferdinand sono quello che sono (già, ma… cosa sono?) non dovrebbero mai dimenticare di ringraziare nelle preghiere della sera Ron e Russell Mael, duo di impudenti pronti addirittura ad autocoverizzarsi con un bel po’ di satira e l’aiuto di amici eccellenti (Faith No More, Jimmy Sommerville) in quel Plagiarism (1997) prodotto da Tony Visconti.
Never Turn Your Back On Mother Sparks.

L’hanno rifatta anche: Neko Case

THE SPARKS – Never Turn Your Back On Mother Earth (7”, Island, 1974)
MARTIN L. GORE – Counterfeit Ep (12”, Mute, 1989)

5 commenti

  1. minchia!!!
    qui si fa CULTURA!

    …pero’, gli sparks, troppo sopravvalutati, ehehehe…


  2. grandiosi Sparks. Ne parlai anch’io, un anno fa o giù di lì.
    http://callofthewest.blogspot.com/2010/04/i-fratellini.html


  3. applaudo sonoramente, e rispondo molto timidamente con questa…

    http://www.sentireascoltare.com/articolo/121/sparks-there-s-no-such-thing-as%E2%80%A6-sparks.html


  4. Chapeau, Antonio. Da divulgare.


  5. Stima.

    Nel mio piccolo mondo ,che cerca di essere il più giusto possibile,godono di tutti i privilegi .
    Io li amo.



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