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89) Cheree (Suicide) by Angel Corpus Christi

15 febbraio 2011

Tracciare una – seppure breve – storia dei Suicide o illustrare la loro importanza è un insulto all’intelligenza di chi legge, tanto sono stati seminali (usando un termine abusato ma mai – come in questo caso – appropriato).

Se i Velvet Underground hanno fecondato un buon 40% di tutto il rock che da allora si è andato a dipanare, allora i Suicide si sono presi cura di una fetta altrettanto estesa. Difficile immaginare New Order, Sisters Of Mercy, Spacemen Three, Jesus And Mary Chain, il bailamme techno pop con le intercambiabili figurine synth/voce e…certo!…la house e la techno senza i grugniti di Alan Vega e le torsioni sonore di Martin Rev. Pensate a Ric Ocasek dei Cars, ce l’aveva scritta in faccia la voglia e lo sconforto per non aver potuto nascere con i tratti e la voce di Alan Vega, e ha provato in tutti i modi di far suonare i Cars come la versione medio rock dei Suicide, prima di stancarsi e passare al peggior AOR rock yankee, accontentandosi di produrre i nostri.

Persino un duro e puro come Bruce Springsteen chiudeva tutte le date del suo Devils & Dust Tour del 2005 con una infuocata versione di Dream Baby Dream. Cosa buona e giusta, certo, ma anche assoluta certificazione per una band da sempre ai margini di qualsiasi scena eppure citata ogniqualvolta ci fosse un nuovo giro di giostra in quel grande luna park chiamato rock and roll.

E se i Velvet Underground – alla fine – dei risultati economici negli anni li hanno ottenuti, i due incazzosi newyorchesi si sono dovuti accontentare di pacche sulle spalle, citazioni di lusso, furti delle loro intuizioni e un ritorno in termini monetari davvero esiguo. Fu al loro secondo concerto (alla Soho Gallery) che il termine punk prese vita, come certificava il volantino stampato per reclamizzare la serata; non lo inventarono quel rissoso termine ma furono i primi ad usarlo per descrivere la propria musica. E se oggi i Suicide sono fermamente assisi nell’Olimpo delle divinità intoccabili sarebbe bene ricordare la durezza ed il rifiuto ancestrale che colse gran parte della critica all’uscita del loro debutto: risse, bottiglie lanciate aul palco, concerti interrotti, scazzottate tra i due sodali.

Persino i punk odiavano i Suicide (e i disastrosi tour con Clash ed Elvis Costello lo dimostrarono), rendendo – in pratica – estrememente punk la loro fisicità artistica. Con Vega e Rev ho interrotto le trasmissioni all’uscita di American Supreme (2002) lavoro senza infamia e senza lode che mi piacque abbastanza ma non tanto da iterarne gli ascolti. Certo un pulviscolo dinanzi all’immensa Rivoluzione Copernicana innescata da quell’esordio che – dopo 35 anni – ancora ci brucia le sinapsi provocando terremoti neuronali in sette brani di magma e lapilli sagomati su Revox e camere d’eco.

Ghost Rider, Frankie Teardrop (dieci minuti e venticinque secondi di plumbea disperazione subacquea), Rocket USA e i cinque minuti di Che sono stati presi a modello da chiunque abbia voluto far svicolare il rock dagli angusti confini di una chitarra.

Poi vi è Cheree, ovvero il suono che echeggia nei gironi infernali, un inconsapevole dub bianco trascinato nel sottosuolo tra ceneri, siringhe e detriti. O forse solo la canzone del dopo bomba, la pista da ballo dove si scivola su cocci aguzzi e polvere d’angelo. Masticando i primi ed inalando la seconda.

Andrebbe eretto un monumento a Andrea Ross dunque, per quel suo splendido e misconosciuto disco di rifacimenti dove – appunto – spiccava Cheree. Lei era una polistrumentista di stanza a San Francisco dove con lo sporadico aiuto del marito Rich Stim (ex MX-80 Sound) aveva creato una band fantasma chiamata Angel Corpus Christi. Facile che i più attenti ne ricordino i soffici timbri dell’accordion in tempi più recenti, avendo partecipato appunto come strumentista alle registrazione di quel Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space degli Spiritualized che fu uno degli album del 1997. Ecco, Andrea Ross spargeva sementi sonore catturate dal suo accordion all’interno di quell’album, pur avendo una lunga, lunghissima gavetta fatta di uscite sconosciute e dalla difficoltosa reperibilità. Come I Love NY, ad esempio, il suo debutto datato 1984, dove andava a rileggere alcune pietre miliari.

Un disco davvero strano, poco invogliante sin dalla copertina, con rare informazioni ed uno striminzito catalogo di canzoni spogliate dai loro abiti originali e rifatte come avrebbe potuto rifarle Nico se si fosse seduta sopra il Balanescu Quartet e i Cake, tutte però unite dalla passione per la Grande Mela. Comprensibile come la visibilità di codesto manufatto sia stata prossima allo zero.

Peccato perchè V’è Blank Generation dei Voidoids che pare suonata col Temazepam e un digrignar di denti; il tema di Taxi Driver; una New York New York dal vago sapore terzomondista; Redondo Beach di Patti Smith dal sincero omaggio femmineo; Femme Fatale dei Velvet Underground tutto sommato appoggiata sullo spartito originario e Here Today, Gone Tomorrow dei Ramones declinata cabaret. Largo uso di strumenti vintage, un approccio sghembo e alcune tra le cover più piacevoli (e astruse) mai uscite dalla Grande Mela.

L’hanno rifatta anche: ? Mark And The Mysterians

SUICIDE – Suicide (Lp, Red Star, 1977)
ANGEL CORPUS CHRISTI – I Love NY (Lp, Criminal Damage, 1984)

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