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90) Lucifer Sam (Pink Floyd) by The Lightning Seeds

10 febbraio 2011

Tra le 100 è quella che ho scoperto per ultima, nascosta in un 12” che nemmeno ricordavo d’aver avuto, padellone mix comprato chissà dove e chissà quando ma di sicuro usato, a vedere la copertina sgualcita e intrisa di polvere. Serviva un alibi di ferro per riuscire ad inserire Ian Broudie e il pezzo dei Pink Floyd è stato quell’alibi. O viceversa.

Come chi è Ian Broudie? Probabile che abbiate a casa almeno una decina di manufatti nel quale il nome di Ian Broudie compare, probabile anche che alcune tra le sue canzoni vi siate ritrovati a fischiettarle sovente, magari senza sapere fossero opera della sua penna e del suo plettro. Ian Broudie è – con Terry Hall, uomo dal percorso più o meno simile soltanto virato black – uno dei massimi cantori pop d’Inghilterra, dal background ineccepibile e dalle frequentazioni di lusso.

C’era quando (quasi) nessuno c’era, quando gli altri avevano i calzoni corti dacchè fattosi le ossa dapprima – con Jon Moss di Culture Club futura fama – negli O’Boogie Brothers e poi nei Big In Japan, congrega di future stelle (Jayne Casey, Holly Johnson, Budgie, Bill Drummond) infine transumato un po’ ovunque: dalle produzioni per Echo & The Bunnymen alla scrittura di alcune belle pagine di pop senza pretese, quelle canzoni cristalline scritte magari solo con l’ausilio di una Rickenbacker e una dilagante melodia vocale, con un’inarrestabile retrogusto 60es a condire.

Uno di quei marpioni della discografia che ha sempre preferito stare tra i rincalzi, lasciando ad altri l’onore di luccicare tra le prime file; uno di quei nerd – ne sono sicuro – che nelle foto di fine anno scolastico preferiva confondersi nelle retrovie, con quei suoi occhiali demodè, i pantaloni dal risvolto perfetto e quella ‘faccia un po’ così’, magari di chi ha visto Liverpool.

Un Buddy Holly da Curva Sud, un mediano con la chitarra, che contrasta e fa filtro a centrocampo, correndo come un pazzo a pieni polmoni – ‘che dei piedi senza infamia nè lode vanno equilibrati con il cuore – ma che non disdegna ogni tanto di cacciarla dentro, magari quando i campionissimi latitano o sono in panchina, presi dalle loro paturnie e i loro estri.

Ian Broudie è il Beppe Furino del pop inglese, l’Angelo Colombo dello stellare Milan di Sacchi declinato brit, ma non si fa pregare se la situazione impone la necessità di un Romeo Benetti o un Sebino Nela in campo, magari solo per 10 minuti, qualche muscolo ben sviluppato e una canzone. Dietro la sua faccia d’eterno boy scout, dietro quei tratti da Jerry Lewis delle classifiche c’è il carattere e la grinta di Gennaro Gattuso, pronto a rincorrerre un gancio melodico per tutto il pentagramma, a costo di sputarci i polpastrelli.

Eppure non scevro da difficoltà, il Broudie, uomo al quale l’inciampo emerge sulla lunga distanza e sulla tenuta. Non un mezzofondista, insomma, dacchè mai è riuscito a sfornare un (suo) album degno di cotanto cognome, forse a causa di un inquietudine e un irrequietezza che per anni gli ha impedito di accasarsi stabilmente, mettere radici e focalizzare un unico obiettivo. Epperò nei singoli riusciva a dare il meglio di sé, piacevolmente a suo agio nell’angusto formato dei tre minuti, dove devi riuscire in velocità a concretizzare l’idea, portandoti in area avversaria.

Ecco, in quello Broudie è sempre stato insuperabile maestro, e mi verrebbe voglia di consigliarvi quei suoi strabilianti 45 giri di metà Ottanta, incisi a nome Care dove – in combutta con un altro ottimo cesellatore di note (Paul Simpson, ex Wild Swans) – raggiungeva forse l’apice di carriera, e brani quali Whatever Possessed You (che meraviglia, ragazzi!), Flaming Sword o My Boyish Days sono ancora lì a dimostrarlo, per chiunque voglia approcciarli. Ma nonostante tutto ciò, Ian Broudie resta un gregario, un portatore d’acqua abituato a faticare conto terzi all’ombra dell’ultimo sole, ove spesso s’assopisce con una specie di sorriso.

Come il pescatore.

Uno che però ti fa vincere i campionati senza dare nell’occhio (col suo passo da montagna ha comunque collezionato cinque numeri 1 nella classifica inglese e 18 piazzamenti nella top ten), che per quello ci sono i campionissimi e la loro svogliatezza ad intermittenza.

Tanta fatica e sacrificio vanno ricompensate, e quindi la scelta in sé è stato mero pretesto, tanto è una rilettura troppo pedissequamente simile a quel rantolo di chitarra roccioso e inquietante che i Floyd davano alle stampe in quel vulcanico 1967. Parentesi: credo sia inutile sottolineare come i Pink Floyd siano principalmente quelli con Syd Barrett, e provare ad immaginarli senza è come incontrare un inglese al quale non piace la birra, o un giocatore di basket croato incapace di tirare da tre punti. Due album e spicci, il resto – per dirla come Julian Cope – è psichedelia fonata. Chiusa parentesi.

I Lightning Seeds si limitano a porgere sentito omaggio, evitando di mettere mano o intelletto, consci che per battere un pazzo visionario ci vuole un altro pazzo visionario che ne annulli gli effetti o li moltiplichi (perché meno per meno dà come risultato più), e Ian Broudie non lo è. E’ soltanto un onesto artigiano pop, estroso e dotato, uno che macina chilometri a centrocampo e che sa comporre canzoni che ti semplificano la vita o te la rinfrescano giusto cinque minuti; ritornelli contagiosi da canticchiare in metropolitana mentre attendi una fermata che arriva sempre troppo tardi nonostante i tuoi anticipi, col Guardian tra le ginocchia e la sua voce da adolescente senza pretese nelle orecchie.

I capolavori li lascia ad altri, ed è giusto che sia così. Una vita farcita di pietre miliari sarebbe una banalità sconcertante, faticosa quanto basta per abbassare in una imbarazzante mediocrità la nostra percezione di cio’ che definiamo ‘eccellenza’. E dunque sono le piccole cose fatte bene, sono le meravigliose inutilità quelle che ci lasciano basiti quanto un imponente mausoleo costruito col Lego o con la sabbia.

In ogni caso: si potevano lasciar fuori i Pink Floyd? I veri Pink Floyd, intendo. No. Chiudere una tripletta che già annoverava Jimi Hendrix e Johnny Cash sarebbe stato un azzardo troppo grande, e quindi sia lode e gloria a quell’artifizio matematico chiamato Ian Broudie, centrocampista dal cuore d’oro e dai muscoli troppo sottili.

L’hanno rifatta anche: Neils Children, Flaming Lips, True West, Voivod, Love And Rockets, Three O’ Clock, Dr. Phibes And The House Of Wax Equations, La Muerte, Shockabilly

PINK FLOYD – The Piper At The Gates Of Dawn (Lp, EMI, 1967)
LIGHTNING SEEDS – Sense (12”, Mca, 1992)

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