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94) Suspicious Minds (Mark James / Elvis Presley) by Fine Young Cannibals

26 gennaio 2011

Ognuno di noi ha delle idiosincrasie che non sa vincere nè tantomeno spiegare, cose magari di nullo conto ma che rappresentano un ostacolo insormontabile seppure talvolta stupido e privo di motivazioni. A qualcuno sfociano in traumi, ad altri in fobie o ossessioni ma in tutti provocano un moto di disagio inspiegabile. Colpiscono senza distinzione di censo, sesso, età o religione.

Colpiscono e spesso rimangono incollate per tutta una vita. Io, per esempio, non ho mai retto la Juventus, repulsione creatasi nei primi anni Settanta e cresciuta esponenzialmente con l’andare dell’età. Una faticaccia, credetemi, riuscire a convogliare e controllare cotanto disagio e avversione. Gli stessi sentimenti li ho vissuti verso i ragni, le altezze, il bollito misto ed Hemingway (50 le pagine che sono riuscito ad approcciare de Il Vecchio e Il Mare prima di ritirarmi con i capogiri e la puzza di salsedine sul maglione).

Pure nella musica (materia che mi ha appassionato ben più del bollito misto o dei ragni) ci sono degli artisti che – a pelle o proprio grazie al loro percorso artistico – non sono mai riuscito ad avvicinare; parlo di gente di grana grossa, mica i Wet Wet Wet o le povere Mel & Kim, intendiamoci.

Gente tipo i Genesis del post Peter Gabriel e Steve Hackett. O Bob Dylan. O Elvis Presley. Ecco, Elvis è sempre stato – al pari di Dylan – un cruccio irrisolto e inspiegabile, che se i Genesis di Collins e Rutherford sono sempre stati facili bersagli (quasi come i Simple Minds post New Gold Dream) sullo Zimmerman e sul re del Rock And Roll qualche paturnia in più me la sono fatta venire, sensi di colpa e autoflagellazioni da farci un trattato Junghiano. C’era qualcosa di sbagliato in me, mi dicevo, se trovavo simpatici gli Abba e antipatico Dylan, poco ma sicuro, e forse avrei dovuto fare outing per scoprire se qualcuno fosse uguale a me.

Su Elvis invece avevo le mie buone ragioni per non farmelo piacere: delatore per la CIA, Repubblicano convinto, fascistello adiposo e spione, macchietta per serate a Las Vegas, simbolo di un America crassa e ignorante verso la quale ho da sempre provato un misto di terrore e repulsione. Meglio Sinatra – mi dicevo – che almeno non si era mai nascosto dietro l’alibi del rock and roll di un tempo che fu e che – anzi – non aveva mai perso occasione per osteggiarlo, dimostrando se non altro d’aver il coraggio delle proprie idee. Ma Elvis! Quei pacchiani anelli al dito, quelle tutine oscene, i lustrini, le paillettès, il ciuffo beota.

Poi qualcuno si permetteva di canzonare i Tubes!

Questo figuro viveva di rendita da almeno 15 anni, non aveva un hit da tempo immemore e si era pure permesso di rifiutare Golden Years di Bowie, quando il Duca Bianco gliel’aveva presentata su un piatto d’argento, nel 1975. Ed io avrei dovuto genuflettermi e portargli oro, incenso, mirra e royalties senza discutere? Giammai.

Se aveva avuto una grandezza l’aveva avuta almeno due lustri prima che io nascessi, ergo – dacchè svezzato dai Ramones – non avevo nessuna intenzione di lasciarmi traviare dall’establishment. E Presley era l’establishment fatto persona, la faccia più reazionaria e viscida dell’establishment. Non solo musicale. Incarnava tutto il piattume e la vecchiaia da rinchiudere in soffitta a doppia mandata, tutti i sogni repressi e trasformatisi in incubi dei nostri genitori. La falsa morale, la ribellione inglobata dal sistema, l’annacquarsi dei massimi valori.

Insomma, lo trovavo fastidioso come un televisore mal sintonizzato. Il leone al quale tolgono i denti e spuntano le unghie, lasciando una criniera da spazzolare per le folle. Né più né meno quello che sarebbe accaduto con il punk. Ma io mica lo sapevo, allora.

Io sapevo solo che ‘il re del rock and roll’ ce l’aveva scritto in faccia il suo vile sudiciume, in quel viso ormai molle con lo sguardo da Cobra al quale avevano tolto i denti ed inserito un catetere nell’anima. Me ne tenni alla larga per anni, evitando come la peste anche le raccolte da ipermercato che con quattro lire ti permettevano d’avere una qualche dimestichezza con l’artista, cofanetti bulimici che all’epoca intasavano le vasche delle offerte e che ero solito far mie per captare segnali sonori tra i più disparati a poco prezzo.

Dopo tutto era il Re dalla fine ingloriosa, morto sulla tazza del cesso con le mutande tra le mani e centinaia di pillole sparse per il pavimento. Sai che fregio!

Ricordo esattamente il telegiornale di quell’Agosto 1977 e anche il mio menefreghismo punk dal medio alzato del quale sinceramente oggi un po’ mi vergogno. Ma forse anche no. Ci vollero i Fine Young Cannibals per farmi cambiare idea sull’Elvis musicista (che sull’uomo le mie belle remore sono rimaste), il che è tutto dire vista la media qualitativa di quel terzetto di metà anni ottanta. Un omaggio giusto un pelo più muscoloso per un gruppo che definire mediocre sarebbe offensivo e buono un arrotondamento per eccesso.

Una versione deferente ed ossequiosa, con una sezione ritmica che ti fa rizzare il pelo e la supervoce di Roland Gift a condire (con i cori di Jimmy Somerville). Sono andato a riascoltarmela in loop parecchie volte, trovandovi del genio in questo omaggio didascalico eppure sublime. Mi sono setacciato anche Youtube per vedere nuovamente all’opera i Cannibali, e – a parte delle giacche oscene – la tarantolata apparizione a Top Of The Pops mi ha fatto capire che in loro, in quel momento, v’era moltissimo dell’Elvis efebico e faccia d’angelo che faceva volare biancheria intima sul palco, dimenando bacino e ciuffo.

Un Elvis – ripeto – che non vissi e che era davvero molto diverso dal ricordo pacchiano che avevo tatuato dentro di me. Suspicious Minds (che brano, signori!) rimase il suo ultimo numero uno nelle classifiche americane prima di venir tramortito da una nuova generazione di musicisti e di pasticche, anno domini 1970. Canzone perfettamente sferica nel suo srotolare, scritta da tal Mark James che andava ad inciderla senza alcun successo nel 1968 prima di donarla al Monarca affinchè ne facesse verbo. E così fu.

Prendetene e mangiatene tutti.

L’hanno rifatta anche: Dee Dee Warwick, Waylon Jennings & Jessi Colter, Candi Staton, Gary Glitter, Dwight Yoakam, Robbie Williams, Gareth Gates, Pete Yorn, Phish, No Doubt, Miss Kittin, Flaming Lips, True West, Thelma Houston, Gianni Morandi, Luciano Ligabue, Chris Bailey, My Morning Jacket

Ignudi Fra I Nudisti di Elio E le Storie Tese non è altro che Suspicious Minds suonata al contrario, primo e raro caso dunque di coverse version.

MARK JAMES – Suspicious Minds (7”, Scepter, 1968)
FINE YOUNG CANNIBALS – Suspicious Minds (7”, London, 1985)

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