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95) Jet Boy Jet Girl (Elton Motello) by Plastic Bertrand

21 gennaio 2011

1979: sono stravaccato in camera dei miei genitori, guardando un Sanremo che – tolto un Franco Fanigliulo in piena forma – ha pochissime emozioni al suo interno. Devo ancora uscire dalla pubertà, decidermi da che parte stia il nemico e se sarò mai in grado di debellare questo virus che coltivo in corpo da qualche anno (il pop); ma ho già un album dei Ramones in casa, quindi mi sento come un Comunista d’altri tempi sorpreso a servir messa.

M’appisolo e sbadiglio, mi stiracchio infilandomi le dita nel naso per noia, troppo pigro per alzarmi e cambiare canale in quel gran tubo catodico ancora in bianco e nero (perlomeno in casa mia) e senza uno straccio di telecomando ad alleviare sofferenze indicibili.

Un Festival a bassissimo voltaggio e dalla tolleranza ridotta ai minimi termini, il primo di una lunga serie di kermesse che mi inflissi e che continuo a portare come un cilicio, nell’attesa della Rivelazione. Un imbarazzante tapis roulant nel quale vedo scorrere Enrico Beruschi, il vincitore Mino Vergnaghi (con Tiziana Rivale emblema del Carneade Sanremese di quegli anni), la Schola Cantorum e inenarrabili altre porcherie che prima o poi – ne sono certo – qualche buontempone proveniente dall’intellighenzia rivaluterà, trovandoci chissà quali spiegazioni sociologiche, un po’ come Tarantino e le Commedie della Fenech.

Brividi e nausea nel vedere (e sentire) astrusi partecipanti privi di talento rincorrersi uno con l’altro in quel lungo tapis roulant di sofferenze assortite: canzoni imbarazzanti e performance che sarebbero dovute essere arrestate per crimini contro l’umanità. In poche parole, uno dei peggiori Sanremo mai trasmessi fino ad allora (a ripensarci, oggi fa quasi la figura del Premio Tenco in confronto a ciò che dobbiamo subire).

Insomma: una pena che accantono subito, in quella serata fredda e priva di emozioni. E’ il giorno appresso che succede qualcosa, quando – in qualche collegamento post festival – mi compare davanti uno strano nanetto drogato, minuscolo folletto pronto a portar scompiglio sul compassato palco fiorito come pochissimi altri prima e dopo di lui (il playback e gli occhi bistrati di Bobby Solo, un Vasco Rossi pre neanderthal, la giovanissima Nada, i Bad Manners pronti a mostrare le terga e un immenso Peter Gabriel nel 1982); ci dona una canzoncina punk all’acqua di rose, ma lì – in mezzo a quei panegirici da Comunione & Liberazione – fa la figura di G.G.Allin e quei pochi irrequieti minuti hanno nervi scoperti e liquorose mossette.

Lui (Plastic Bertrand) ha un nome stupido, buono giusto per un vibratore, la canzoncina invece si chiama Ca Plane Pour Moi; sono tre minuti di contagioso pop punk melodico che mi urta i neuroni ma che non riesco a spazzare via nemmeno il mattino dopo quando cerco, nell’unico negozio di dischi ed elettronica del mio paese, il 45 giri. Un innocuo anthem power pop spiegato alle masse che però conterà innumerevoli (e talvolta regali) riletture nel corso degli anni.

A me ne serviranno venti per scoprirne con orrore i tristi retroscena, e come dietro a quei centoottanta secondi scarsi ci sia stata una delle più grandi truffe del pop. E se oggi Plastic Bertrand è un tranquillo ed eccentrico presentatore televisivo di mezza età, al tempo dev’essere stato una faina non da poco, magari irretita da Lou Deprijck, suo produttore. Insomma, è una storia torbida e mai completamente chiarita questa, dunque merita d’essere raccontata. Seguitemi.

Siamo nei primi mesi del 1977, i Sex Pistols ed i Ramones hanno già portato avanti la Rivoluzione Copernicana, l’impeto si è esteso in ogni angolo del pianeta e tutti vogliono farsi scompigliare i capelli da quella salutare brezza già pronta a perdere d’intensità; Alan Ward, uomo già del giro dei Damned, si inventa gli Elton Motello. Vuole qualcosa che tenga l’intensità umorale del punk ma che indugi anche nella scrittura, nella melodia e che abbia canzoni delle quali non vergognarsi, qualcosa che unisca Marc Bolan ai fiori nella spazzatura. Lì fuori – dice – ci sono troppe spille e poche canzoni; io ne ho solo due, ma sono di quelle che possono introfularsi in parecchi pertugi aperti dal tellurico sconvolgimento dei Sex Pistols.

La prima soprattutto, si chiama Jet Boy Jet Girl e l’ha scritta assieme a Yvan Lacomblez, uno dei primi punk francesi. Recluta vecchi amici quali Alan Timms, Mike Butcher, Yves Kengen e Nobby Goff. Quest’ultimo siede alle pelli ma l’insofferenza è troppa per un musicista abituato a rigorose sessioni gettato in pasto alla caciarona approssimazione punk; lascia subito e viene sostituito da tal Roger Jouret, pronto ad entrare in studio per registrare gli unici due articoli di catalogo, ovvero la succitata e Pogo Pogo, singoletto al fulmicotone che (nelle intenzioni di Ward) avrebbe dovuto essere l’anello mancante tra le Runaways e gli stessi Damned.

Le forti e pruriginose tensioni del testo – sorta di Luca Era Gay declinato adolescente e senza troppi giri politicamente corretti – invece di propugnare salutare scandalo mediatico ne cassano qualsivoglia visibilità. E’ proprio mentre le dinamiche della band cominciano a sfaldarsi che Jouret tesse una tela attorno a Ward.

Una tela che sa di ammutinamento bello e buono. Intanto lo silura in silenzio portandosi appresso Timms, Butcher e Kengen prima di contattare spalle discograficamente forti (la RKM) e un paroliere (eccolo, Lou Deprijck) che ne assicuri i passaggi radio e che getti un po’ di confusione nei media; poi in sordina entra in studio per ri-registrare il pezzo mentre Ward comincia a subodorare lo scippo. Con uno scioglilingua vergato in un francese d’antan, l’appoggio della AMC, un titolo cambiato in Ca Plane Pur Moi e un nome repentinamente convertito in Plastic Bertrand il furbo Jouret – ad un mese esatto dalla versione primigenia – esce in Francia con il singolo.

Mancano 15 giorni al Natale del 1977.

Ad Epifania è in classifica in 7 paesi, prima che l’estate sfiorisca va a lambire – dall’alto delle tre ristampe – la Top40 americana. Ward si accorge troppo tardi d’essere stato abbandonato in mare aperto con una scialuppa fallata, reclama royalties ma le sue spalle non sono quelle della RKM, e gli aggiustamenti messi in atto da Deprijck mettono in cassaforte qualsiasi possibile ingiunzione legale (‘L’ho scritta io, figliolo, ricordi? Ti avevo concesso di farne un singolo a tuo nome, ma su una base musicale prodotta in studio da me, suvvia…’. Questa in soldoni, l’arringa di Deprijck).

Cosa più importante: ciò che rimane della band è ovviamente schierata col Bertrand (pecunia non olet, no?) e sul povero autore cade una mannaia ed un silenzio mediatico tra i più feroci.

Fa di più Jouret la scaltra faina, aiutato dal McLaren fiammingo: inserisce nella prima tiratura del singolo persino Pogo Pogo (l’originario lato b), prima di ricredersi per non dar ulteriore materia legale ai vari avvocati inutilmente sguinzagliati da un Ward da allora e per sempre destinato all’oblio (se ne farà subito una ragione, rinunciando a qualsivoglia credito). E, mentre il Lou(rido) scombussola le carte e crea una incredibile, confusionaria e inestricabile ragnatela di date errate e versioni primigenie su quei tre minuti il Plasticoso Bertrand costruirà una altalenante carriera da miracolato che dura da trentanni, nonostante il rovinoso e recente outing con il quale ha tentato di gettare l’intera croce addosso al Deprijck, vera – dice – voce nei suoi primi quattro album.

Resta il fatto che, del povero Alan Ward, non rimane più nulla oltre quei pochissimi minuti di scanzonato power pop, una tragedia servita a far da palestra a generazioni di musicisti, spesso ignari di osannarne soltanto lo scaltro esecutore e il suo burattinaio. Lo chiamano pop, baby.

L’hanno rifatta anche: Sonic Youth, Chron Gen, Telex, The Damned, Leila K., President Of The United States Of America, David Carretta, Thee Headcoatees, Richard Thompson, The Dead Sexy Inc, Los Banditos, Captain Sensible And The Softies.

ELTON MOTELLO – Jet Boy Jet Girl (7”, Pinball, 1977)
PLASTIC BERTRAND – Ca Plane Pour Moi (7”, AMC, 1977)

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