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96) I Feel Love (Donna Summer) by Curve

19 gennaio 2011

Ai tempi della Disco – da me vista come il Male Assoluto che nemmeno il Cattivone di Guerre Stellari o l’Uriah Heep di David Copperfield – avevo il chiodo, i capelli spilky e la t-shirt di Adolf Hitler con la scritta European Tour 1939-1945. Tanto per sottolineare il mio essere extraparlamentare nel Grande Transatlantico del rock. E dunque I Feel Love mi faceva schifo.

La trovavo ripugnante allora come oggi, pure se l’età mi ha un po’ ammorbidito il giudizio, fermo restando la mia più profonda convinzione del suo essere pezzo tra i più sopravvalutati dell’intera storia del pop. Un sottofondo per postriboli con bagasce di seconda scelta. Un grappolo di note ottimali per sesso promiscuo nel quale Moroder non ci faceva certo gran bella figura, nonostante i proclami, le galoppate di sequencer e il suo atteggiarsi a Gran Mogol dell’allora nascente scena disco.

Per lustri se n’è letto in ogni dove, sbrodolamenti assortiti da revisionismo storico nei quali si è cercato d’argomentare riguardo una sua (del pezzo, non del buon Giorgio) cristallina bellezza. Argomentazioni che m’hanno sempre lasciato freddino, ‘che se proprio dovevo puntare il dito allora avrei scelto Love To Love You Baby, uguale seppure diversa nel suo essere leggermente meno sciocca, meno volgare e con un senso armonico più consono.

A me, degli orgasmici sospiri di Donna Summer e del gommoso incedere sequenziale del Tenero Giorgio proprio non poteva importare di meno in un mondo che mi stava dando Blitzkrieg Bop, New Rose, Anarchy In The UK e Gary Gilmore’s Eyes. Era il 1977, si stava innalzando una rivoluzione epocale ed io non potevo perdermela, magari costretto a letto dalla Febbre del Sabato Sera. C’erano troppe cose – lì fuori – che stavano procedendo spedite verso di me perché io me le perdessi a causa di una pista (da ballo, chiaro); e non si trattava solo dei soliti venti del cambiamento, quelli che spirano sempre ma non rinfrescano mai e ti lasciano la stessa sensazione d’afa di un triste ferragosto solitario, appiccicaticcio compreso.

Era la prima ribellione culturale alla quale mi fosse concesso partecipare, e le Rivoluzioni (come le comete) non ti bussano alla porta ogni mattino. Il 1977 fu un anno grandioso su ogni sponda atlantica ed anche – massì – a ridosso del Mediterraneo: ci furono gli indiani metropolitani; il punk che scese sotto il Vallo di Adriano ed eruppe nelle nostre case; L’Altra Domenica; il terribile blackout di New York che bloccò per 12 ore la città innescando la miccia per saccheggi e devastazioni; arrivò la televisione a colori in Italia, le Brigate Rosse, il serial killer Son Of Sam, la fine della Banda Baader-Meinhof…Ok, tecnicamente devo ammettere che fu l’anno della Disco e dello Studio54, ma con tutto questo ben di dio io avrei dovuto perdermi dietro ad una cavallona sospirante?

Insomma, capirete che niente m’attirava verso codesti lidi, che se proprio doveva essere Disco allora avrei indugiato felicemente in quell’ultimo vaporoso rantolo soul che stava declinando in Philly Sound. Ma io – allora – ero giovane e babbeo, ed era sacrosanto dovessi avere la mia guerra personale, si chiamasse Ramones o Spizzenergi.

Oggi, un po’ meno giovane ma sempre babbeo, ho avuto modo di rivalutare quella fantastica epopea chiamata Disco Music, trovandomi pure un ottimo alibi per quel mio ostracismo di fine Settanta. Che se a New York imperavano Tom Moulton, Nicky Siano, gli Chic, Grace Jones, Larry Levan e Francois Kevorkian era ovvio che noi poveri italioti non potevamo accontentarci di Patrick Hernandez, Madleen Kane, Tony Manero, Sammy Barbot e i Bee Gees. O meglio: io non potevo accontentarmi.

Sulla scelleratezza di I Feel Love invece sono convinto oggi come allora, sebbene pure Brian Eno ne rimanesse estasiato, e cercasse di divulgare la cosa ad un David Bowie in procinto d’affrontare la Trilogia, affinchè ne potesse ascoltare l’incedere. Fu proprio il Duca Bianco – qualche anno fa – a ricordare il momento topico: Un giorno – eravamo a Berlino – Brian arriva di corsa in studio dicendo: “ho sentito il suono del futuro!” E mette sul piatto i Feel Love di Donna Summer…e poi continua “ questo singolo andrà a cambiare il suono della musica dance per i prossimi 15 anni”. Ed è quello che – più o meno – accadde. Beh, vero. Ma permettetemi di rimanere sospettoso.

E se la numerologia e la cabala contano qualcosa 1977 più 15 dà come risultato 1992, ovvero l’anno in cui – a sipario calato anche sul revival del revival, con la Summer (vero nome Donna Adrian Gaines, già corista per i Three Dog Night) ormai convertita al fondamentalismo cristiano e all’omofobia imperante – irruppero i Curve di Toni Halliday giusto durante l’impero Madchester.

Toni, Toni! Tony!!! La popstar più affascinante che abbia mai calcato i palchi d’Albione negli anni Novanta, bellezza corvina e prorompente, una Beatrice Dalle declinata indie rock che per un’attimo ebbe l’intera Inghilterra ai suoi piedi…e come dare torto ad una nazione intera, dinanzi a cotanto se(n)no?

Unica responsabile – assieme al chitarrista Dean Garcia – del progetto Curve, banda messa in piedi dopo un timido tentativo chiamato State Of Play, per un particolare pastiche ritmico che con l’aiuto della Anxious Records di Dave ‘Eurythmics’ Stewart rappresentò per un nanosecondo la grande speranza pop. Almeno fino all’arrivo dei ‘colonizzatori’ Garbage, pronti a sgraffignare le loro intuizioni, annacquandole in un pop più incline alle classifiche, prima d’involarsi in vendite milionarie e lasciarli al palo.

I Curve ci misero del loro invero, e l’affascinante Toni rimase annichilita ed imbronciata, incapace di reagire e risollevarsi, non prima d’averci omaggiato di una manciata di singoli – almeno il Blindfold Ep è da avere – di un paio d’album mediocri e di questa rilettura.

Ci perdetti tempo, soldi e almeno un paio di Adidas Gazelle per scovare questo Ruby Trax, triplo cd edito dal New Musical Express contenente una quarantina di band allora in voga, riunite per beneficenza in un florilegio di cover. Tre ore abbondanti di pepite e guano, con le prime ad arruolare i Suede alle prese con Brass in Pocket dei Pretenders, gli House Of Love a divertirsi su Rock You Baby di George McRae e i Tears For Fears a disegnare una Ashes To Ashes di David Bowie più reale dell’originale.

E poi ancora un ottimo Boy George genuflesso al cospetto di My Sweet Lord, i Blur a riciclare una Maggie May stranamente muscolosa e i sempre caustici Carter The Unstoppable Sex Machine a irrorare di liquido urticante Another Brick In The Wall. Le minutaglie invece sono degnamente rappresentate da dei Mission particolarmente odiosi in Atomic, da Marc Almond che massacra la già legnosa Like A Prayer, gli Inspiral Carpets mai così depressi nel riproporre Tainted Love e degli imbarazzanti Farm alle prese con Don’t You Want Me.

Comunque interessante abbastanza per perderci un alcune lune di ricerche, fosse altro per la curiosità d’ascoltare come band così dissimili volessero omaggiare i classici.

Da subito trovai adorabile la discesa – quella sì sexy – dei Curve, alle prese con quei mugolìi stavolta declinati in un sottofondo indietronico ottimo per del sesso fatto come Dio comanda, senza volgari bagasce di seconda scelta a rovinare l’attimo. Lo trovai una domenica mattina al Record And Tape Exchange di Camden Town: 9 sterline quando la sterlina era oltre le bianche scogliere di Dover delle tremila lire.

Ricordo nitidamente il mio passo spedito mentre salivo a due a due gli scalini della metropolitana, l’aria fresca del mattino che mi sferzava la pelle appena emerso dal sottosuolo, il sole che irrorava le bancarelle piene di turisti, la porta scrostata del negozio, i pochi avventori decisi a sfidare l’alba svogliata, il mio zaino già pesante. Mi ci fiondai all’apertura, dando dapprima un’occhiata veloce ai 12” che ornavano il lato a destra della porta d’entrata, per poi passare alle vetrinette di compact disc in bella mostra al lato opposto. Solo allora la vidi, d’un rosso brillante, pareva chiamarmi.

Lo sventurato (io), rispose.

Usato, tenuto da Dio ma usato, eppure – se l’alternativa era non possederlo dopo aver buttato così tanto tempo nella ricerca – non era il caso di star tanto a guardare il pelo nell’uovo, no? Lo appallottolai dentro un paio di borse di plastica prima di infilarlo in saccoccia, contento d’averlo accompagnato ai Campag Velocet di Bon Chic Bon Genre, altro titolo che non era ancora giunto in Italia.

Tanto valeva tornare verso casa.

L’hanno rifatta anche: Klaus Nomi, Bronski Beat & Marc Almond, Balaam And The Angel, A House, Blondie, Red Hot Chili Peppers, Dallas Superstars, Montefiori Cocktails, Poster Children, Mr. T Experience, Vanessa Mae

DONNA SUMMER – I Feel Love (7”, Casablanca, 1977)
VV.AA. – Ruby Trax (Cdx3, Forty Records/NME, 1992)

2 commenti

  1. Ciao. Ricambio la tua visita sul mio blog. Il video non è più disponibile, ma non importa. La cosa strana è che io ho sempre pensato la stessa cosa dei Curve, che hanno avuto l’intuizione che poi i Garbage hanno sviluppato con una sensibilità pop che i Curve non sono mai riusciti ad avere. Avevo comprato “Doppelganger” in edizione speciale, che aveva in allegato un cd-single con 5 brani tratti dagli EP, tra cui “Blindfold”, che ritengo un pezzo splendido. Due mesi fa ho trovato nell’usato “Pubic Fruit”, compilation per il mercato americano, con tutti e 3 gli EP, più la versione estesa di “Fait Accompli”. Il triplo cd del NME l’avevo comprato subito, anche per la presenza di Marc Almond (uno dei miei eroi), ma la sua versione Las Vegas di “Like A Prayer” a me piace, soprattutto quando nel break si trasforma nel tema di “Mission Impossible”. Sto decidendo se devo lanciarti un anatema perchè disprezzi Donna Summer…intanto ti consiglio il libro “Love Saves The Day” di Tim Lawrence, stampato anche in Italia con questo titolo, con tutta la storia della clubland newyorkese dal 1970 al 1980.
    To cut a long story short….see ya!


  2. Ciao Andrea, hai ragione…il video era stato bannato di brutto (forse cotanta beltà – di Toni – aveva provocato scompensi ormonali). Ne posto un altro. Per il resto…Love Saves The Day l’ho divorato assieme ad un altro paio di tomi sull’epopea disco, ma resto dell’idea che la Summer sia stata ampiamente sopravvalutata. Per carità, serviva un icona e quindi…
    Dei Curve ho praticamente tutto in vinile, anche la fuffa (ed è tanta). Grazie per la visita, sei il benvenuto.



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