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97) Batyar (The Smiths) by The Ukrainians

14 gennaio 2011

Nessuno la conosce, eppure tutti l’hanno sentita. Mi spiego: se mai c’è stato un riflesso Smiths nel panorama pop, beh… allora è un riflesso che colpiva in fronte i Wedding Present di David Gedge, spesso accecandoli per troppa buona fede.

La trasposizione senza troppi fronzoli ma con molti più muscoli e calli della coppia Morrissey/Marr. Niente miserabilismo, assoluta mancanza di yodel (che – diciamocelo – alla lunga svangava non poco le gonadi) e un treno merci inadatto a fermarsi in ogni stazione per sculettare proclami. Forse i Wedding Present erano il vagone di coda, ma è altresì vero che nemmeno il talento poteva competere con i due di cui sopra.

Insomma, laddove I Signori Rossi cesellavano di femmineo fioretto, Il Regalo di Compleanno mazzava di maschia spada. Sta di fatto che Peter Solovka, che del Gedge fu il sodale chitarristico, sul finir degli Ottanta salutava la congrega tutta andando a portare altrove la sua chitarra, inventandosi ex novo un estemporaneo divertimento chiamato Ukrainians nel quale si divertiva a rileggere i successi degli Smiths con un impeto tzigano dalla spiccata energia. Violini, tamburelli e un pizzicar di corde che ti trasportavano nella steppa, eoni prima di tutti i Gogol Bordello del pianeta. Batyar era una festa di zingari lanciati al galoppo nelle ventose pianure con urla, vodka e cori russi. Armata Rossa Goes Pop.

Non una novità tout court, dacchè i Wedding Present avevano già avuto modo di confrontarsi con la materia e con la lingua qualche mese prima in Ukrayinki Vystupy Vs. Johna Peela (Ukrainian John Peel Session); ma qui si fa di un lampo la regola. E dunque, oltre a Batyar (ovvero Bigmouth Strikes Again, visto che la conoscete tutti?) scorrono Koroleva Ne Polerma (The Queen Is Dead); M’Yaso-Ubivstvo (Meat Is Murder) e Spivaye Solovey (What Difference Does It Make?) per un intuito e una perspicacia fuori dal comune, verso le quali mai smetterò di far proselitismo o soltanto essere grato.

E vi spiego perché.

Se c’è qualcosa che davvero serviva, serve e – temo – servirà anche in futuro agli Smiths (perché sarà pressochè impossibile debellarla dall’immaginario collettivo), al loro ricordo e ai loro fans è proprio quella caparbietà nel prendersi sul serio, nel fermarsi a rimescolare nostaglie e autoflagellazioni; nel non aver mai voluto portare un po’ di rilassatezza nel loro percorso artistico, sempre sonoramente permalosi fino all’intolleranza.

Sempre accigliati, irosi, vendicativi ed egocentrici. Finanche snobistici e cripto fascisti nel loro farti credere d’appartenere ad un mondo al quale invece non eri ammesso. Non c’è mai stato un sorriso nella coppia Morrissey/Marr, né tra loro né nei nostri confronti e questa cosa alla lunga l’abbiamo pagata solo noi. Come fans e come esseri umani, prigionieri di un imprinting massacrante fatto di stupide prese di posizione subdolamente fatte passare per disgrazie, pecette da bastian contrario, sospiri gratuiti e un comodo inferno ornato di gladioli in bella vista sulla tasca posteriore. Anzi, sul culo.

Allora non lo si capiva, ma oggi ti volti e vedi gli Smiths come mangime per nerd chiusi nelle loro camere – disadattati di un domani che sarebbe arrivato troppo presto e senza bussare – a sputare veleno sul mondo, meditando vendette dall’alto dei loro occhiali finemente lavorati. L’ho fatto anche io, crogiolandomi come un gatto vicino ad un caminetto, esattamente quando gli Smiths erano gloria planetaria (e non grazie a fratelli maggiori o scomode eredità musicali di seconda mano) quindi conosco bene la sensazione di amarezza malcelata che ti prendeva la gola e non sapevi a chi ricondurre, troppo pigro e troppo poco smaliziato nella tua adolescenza per rispedirla al mittente, anzi compiacendoti nell’idealistica e ingenua convinzione che fosse un’amarezza solo ed esclusivamente tua, qualcosa che ti avrebbe purificato e distinto da tutti gli altri.

Un’epifania venduta come strettamente personale ma alla quale – per avere accesso – avresti dovuto sgomitare assai e inutilmente. L’ho vissuta in tempo reale quella sensazione, inabile nell’accorgermene e pronto a bermela tutta d’un fiato, rallegrandomi di cotanta disperazione a mio personale uso e consumo, incapace di spacciarla a terzi. Perché così volevano, con sublime malizia e ineffabile menefreghismo.

L’ho maledetto spesso Morrissey per questo suo egoismo calcolato, per lo snobismo contraffatto e volutamente liso e consunto, per un gioco che ha mostrato troppo presto la corda nella sua splendida immensità, fatta di allitterazioni letterarie dal valore assoluto e da un fingerpicking mai più udito in seguito, ma anche di sculettamenti imbarazzanti e volgari raggiri economici verso i suoi stessi sodali.

L’ho perdonato troppe volte, anche quando il cocente dubbio di star vivendo soltanto l’ennesima epopea ad uso e consumo di copiosi diritti d’autore e sghignazzi alle mie spalle inconsapevoli si faceva pressante. Ho maledetto persino Johnny Marr, per non essere riuscito a fare diga, opporsi o soltanto puntare i piedi quando la misura era colma, subendo sempre passivamente col risultato di sembrare null’altro che un Andrew Ridgeley più dotato.

Stephen, se il cielo sapeva davvero di come tu fossi un povero cristo, perché hai voluto farmi credere che quel mondo di pochezza e miserabilismo fosse in vendita un tanto al chilo e dunque alla mia portata, approfittando dei miei quindici anni? Avevo già avuto i Joy Division ad assolvere degnamente il compito, in silenzio e con una coerenza portata agli estremi che non aveva bisogno di proclami da profeta del malcontento, organismo geneticamente modificato pronto a farsi sbattere in copertina, per poi ritrarsi sdegnato.

Eri tu la boccaccia che colpiva ancora, e ancora e ancora… e ben ti sta se, a contrastare i tuoi libri di Wilde, c’era un bassista di nome Joyce.

Fermami pure, caro e adiposo Moz, se pensi di averla già sentita prima questa manfrina, è un tuo diritto. Io però – oggi – scelgo i Wedding Present e gli Ukrainians perché Smiths Is Murder.

L’hanno rifatta anche: Placebo, Treepeople, Slapshot, Carl Barat, The Snowdrops

THE SMITHS – The Queen Is Dead (Lp, Rough Trade, 1986)
THE UKRAINIANS – Pisni Iz The Smiths Ep (12”, Cooking Vinyl, 2000)

3 commenti

  1. La competenza e la cultura di chi scrive questo blog è senza alcun dubbio IMMENSA! Davvero complimenti!

    Mary


  2. Condivido al 100%


  3. In quanto Smiths/Morrissey fan della prima ora , sono permalosissimo , perciò di questo panegirico in negativo , non condivido praticamente niente .

    Questi ‘Ukraini’ , brit band ’90s ‘bastardizzata’ (in senso affettuoso del termine) non erano niente male , anche se restando in tema consiglierei più il ‘falso etnico’ dei Three Mustaphas Three , molto più ‘variopinti’ musicalmente .

    Sentire questa ‘Bigmouth’ alla balalaika , mi rende molto criptofascista per certi aspetti , anzi piuttosto postpunkstalinista .
    Per questo gesto blasfemo avrei voluti vederli spedire dritti dritti nelle loro lande di origine , anzi ancora più a nord .
    In Siberia .

    L’avevo detto di essere permaloso .

    Complimenti Bel Blog !!

    Viele Grüsse !!!



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