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98) Pretty Woman (Roy Orbison) by Van Halen

10 gennaio 2011

Chi ha detto che i Van Halen erano una banda di stupidi e di cazzoni? Voglio dire, okay per la seconda (soprattutto con l’avvento del rassicurante e sonnolento Sammy Hagar), ma il resto è pura calunnia, ‘che i fratelloni erano una bella macchina da guerra che non aveva nemmeno bisogno dell’onanismo di Eddie per vincere le battaglie.

E poi, quando hai 15 anni, di che cos’altro hai bisogno se non di una rock and roll band ganza, caciarona e drogata al punto giusto? Oddio, i miei 15 anni avevano bisogno di Ian Curtis e un po’ di gnocca a dir la verità, ma quel bastardo se n’era andato giusto due giorni prima del mio compleanno e i New Order mi parevano (ancora) un cocktail al quale era stato messo troppo ghiaccio e poco spirito. La gnocca, dite? Beh… inutile parlarne.

Quindi tanto valeva buttarsi anche sui Van Halen oltre a tutto il florilegio post punk appena scoppiato. Non che l’uno o l’altro pari fossero, intendiamoci, però a me David Lee Roth era sempre stato simpatico.

Come i Fleetwood Mac e tante altre cariatidi che i miei coetanei chiodomuniti, presi da un’immotivata fregola purista, deridevano alla grande. I Fleetwood Mac soprattutto, mi pare ovvio che ci sia sempre stata una sostanziale differenza tra loro e tutto il bailamme di gruppi ai quali sono sempre stati accumunati: tipo Reo Speedwagon, i Boston, le Heart o quegli odiosi saputelli degli Eagles. Insopportabili come il tuo capoclasse vestito di tutto punto pronto a scrivere il tuo nome sulla lavagna, colpito da improvviso afflato delatorio. I Mac erano di ben altro spessore, foss’altro per la chitarra di Lindsey Buckingham, e poi … Vogliamo parlare di Stevie Nicks?

C’è mai stata donna più affascinante e sexy nel porco mondo del pop anni Settanta? Non sarebbe stato da zomparci sopra per ore e ore e ore? Era lei la mia Pretty Woman, altrochè… Quantomeno una delle prime (ho vaghi ricordi di un’infatuazione per Liza Minnelli) almeno finchè comparve Kim Wilde a scompigliarmi le lenzuola. A 15 anni volevo soltanto mettere la testa sotto l’enorme gonna di Stevie e cominciare ad arrampicarmi ed esplorare tutte le estremità del suo essere, scalciando per tener lontano eventuali altri pretendenti. Una bella nottata assieme a lei in qualche hotel che non si chiamasse California, con in sottofondo Pretty Woman.

Nella versione dei Van Halen, naturalmente, perché ero sicuro che – nonostante il suo toccante timbro vocale – fosse tutt’altro che romantica, la donna. Purtroppo lei in quegli anni era occupata a devastarsi le mucose del naso con la coca, e a trombarsela erano proprio quelle salme salmodianti degli Eagles.

A 15 anni non puoi sentirti tradito dalla tua icona sexy. Non con gli Eagles, quantomeno. E’ una delusione dalla quale non ti risolleverai mai più. E quindi i Van Halen in quel primo scorcio di anni Ottanta funzionavano perfettamente allo scopo, mi ridavano forza e tenevano lontano l’idea del tradimento della perfida Stevie. Spaccavano i bastardi all’epoca, basti sentire questa rilettura (o la loro versione di You Really Got Me, sicuramente la migliore mai incisa dopo l’originale dei Kinks), dove il gusto di rosolio e lacrime dell’originale venivano spazzate via dalla voce spocchiosa e bastarda di David Lee Roth, faccia da schiaffi che non aveva paura di asfaltare l’occhialuto Roy in un video che fu anche tra i primi ad essere censurato da una neonata MTV.

E mentre i due fratelli Van Halen picchiavano alla grande rimaneva sempre una sorta di distaccato rispetto verso quella prima stesura datata 1964, scritta proprio da Orbison e Bill Dees sui sedili posteriori di un autobus che stavano dividendo con… i Beatles! Il povero Roy – sorte porca e maledetta – restava secco nel 1988, subito dopo il primo capitolo dell’avventura Travellin’ Wilburys e prima di riuscire ad annusare l’inizio di un revival che gli avrebbe potuto dare nuova linfa e nuove royalties.

Io e Stevie invece ci lasciammo qualche settimana dopo – senza rancore e senza lacrime – all’inizio di un inverno che mi avrebbe definitivamente portato verso altri lidi sonori (glam, new pop, dub). Ci fu il tempo ancora per Gipsy, 45 giri nel quale non pareva più lei, offuscata da chissà quale polverosa paturnia e al quale non trovai di meglio che dare la colpa alle sue cattive compagnie (gli Eagles, chiaro).

Lindsey Buchingham fu libero di annettersi l’impero ed io mi rivolsi altrove, abbandonando sull’altare anche i Van Halen, ormai divenuti un gruppo da Circo Barnum, tutto capriole, mechès e pantaloni colorati. Odorai per l’ultima volta il profumo di questa canzone nel 1989, quando i 2Live Crew diedero inizio ad una disputa legale includendo nel loro album Clean As They Wanna Be, una parodia del pezzo. La Acuff Rose Music, detentrice dei diritti di Roy Orbison, scatenò una causa che si trascinò sino alla Corte Suprema. Fu la stessa Corte Suprema a decretare la legittimità della parodia e l’utilizzo del campionamento, facendola definitivamente morire prima che l’omonimo e disgustoso film ne andasse a rappresentare la pietra tombale.

Roy Division.

L’hanno rifatta anche: Al Green, Sylvie Vartan (col titolo L’Homme En Noir), Del Shannon, Purple Helmets, Chipmunks, Newbeats, John Cougar, John Mayall, Johnny Rivers, Ventures, Tom Jones, The Holy Sisters Of Gaga Dada

ROY ORBISON – Oh Pretty Woman (7”, Monument, 1964)
VAN HALEN – Oh, Pretty Woman (7”, Warner Bros., 1982)

One comment

  1. ottima idea.magari ci fosse un libro intero su ste pubblicazioni



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