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99) There’s A Ghost In My House (Richard Dean Taylor) by The Fall

5 gennaio 2011

Uno dei riempipista della gloriosa stagione Northern Soul, un baluardo del Wigan Casino, incidentalmente – nonostante quello che si puote evincere dall’ascolto – sagomato da un bianco. Sì, Richard Dean Taylor era un bianco ed è ancora il più famoso sconosciuto d’Inghilterra. Bastò solo questo brano, così intenso ed appicicaticcio, per farlo entrare in tutte le case, nell’immaginario collettivo o solamente in questa o quella raccolta che ad intermittenza viene propagata nel mercato pop. Dire There’s a Ghost In My House significa danza, agitar di chiappe, schioccar di dita, scuotimento d’anche e piroette sudate. Asciugamani e borotalco. Piste da ballo in legno e tanta extravaganza.

Significa Inghilterra, anni sessanta, football e Modernismo, Vespe, Lambrette, completi Tonic, brillantina e anfetamine.

George Best e la Motown.

Il prototipo della coolness, praticamente. E dunque che ci fa il ghigno di Mark E. Smith lì in mezzo, lui che è – dopo 30 anni dal debutto – è ancora il guru dell’anti-moda, del cinismo e della trasandatezza ringhiante? Lui, brutto come una scimmia, da sempre vestito come un cinese in saldo e che sui Modernisti (e sulle Vespe, le Lambrette, i completi Tonic) ci sputerebbe sopra con malcelata spocchia, magari facendosi cadere anche la dentiera.

I Fall sono sempre stati l’antitesi di tutto, anche di loro stessi, ed è questo cinismo portato all’estremo ad averne consentito la sopravvivenza e una discografia così pantagruelica da far invidia a Bob Dylan, con il quale il nostro ha più affinità che divergenze, perché Mark E. Smith è il Robert Zimmermann del post punk, che diamine! Soltanto con tanta rabbia e accidia in più, ma sono molti i punti di contatto tra le due fertili creature, non ultima una particolare voce nasale e strascicata che è diventata il vero marchio di fabbrica di entrambi.

Non sarebbe male sentire Dylan sputare sentenze su un disco dei Fall, o Smith declamare dylaniane poesie con fetido ghigno. Sono le cover a dividerli, le cover version e i natali. Sta di fatto che, lo spigoloso Mark, nel 1987, andava a rileggere quel riempipista Northern, senza troppo pigiare il pedale dell’acceleratore e del cinismo, in una versione rispettosa assai; troppo rispettosa (così come fece per Victoria dei Kinks) per non dar adito a qualche sospetto. Qualcosa doveva esserci stato, nell’adolescenza del buon Mark, per farlo desistere dalla consueta catarrosa blasfemia; forse, ed è di più di un ipotesi, quel qualcosa si chiama proprio northern soul. Ovvero un genere che appartiene al DNA di ogni cittadino britannico over 40.

E’ la musica con la quale intere generazioni sono cresciute e che ha permeato (oltre che permetterne l’ergersi) programmi come Ready, Steady, Go! e Top Of The Pops. Senza contare Quadrophenia. Da lì arrivano, e verso quella meta sempre tenderanno, perché è stato l’humus sul quale una intera industria si è forgiata, le fondamenta di un palazzo che – dai Beatles in poi – sarebbe stato ammirato dall’intero globo. Tutto questo nonostante – paradosso estremo – la quasi totalità delle uscite Northern fossero minuscole produzioni americane su 45 giri, spesso dall’esigua tiratura, pronte a sbarcare sull’isola grazie a rotte di compiacenti marinai arruolati in navi cargo. Nessuno ne è stato immune: da John Peel a Dave Ball dei Soft Cell (collezionista tra i più quotati, e difatti cos’erano What e Tainted Love se non infuocati riempipista Northern?) passando per il brit pop di metà anni novanta.

Insomma, se vogliamo, questi pochi minuti di scanzonato danzare rappresentano un ponte tra 50 anni di pop inglese dall’alto pedigrèe. Dal Northern più cristallino al post punk più ingrugnato il passo è breve; molto più breve di quanto si possa evincere dalle costruzioni armoniche, e questa versione di There’s A Ghost In My House (originalmente uscito nel 1967, annus mirabilis per la Motown e la musica tutta, con il minuscolo e pallido Taylor ammesso al tavolo della scrittura dalla massima triade Holland/Dozier/Holland) dimostra un assioma forse troppo semplice per venir preso in considerazione.

In ogni caso non v’è nulla di meglio per cominciare la giornata in splendida forma: il giubilo del pezzo, la scanzonata stupidità di lusso fusa sul ringhiare del Signor Smith, stranamente a suo agio in cotanto zampillar d’ottoni, talmente a suo agio che andrà ad iterare con la rilettura di The Snake di Al Wilson (vedi n.13) ulteriore baluardo Northern.

Questa è Ovomaltina pronta a condurti in un pomeriggio proteico, con zanne affilate (seppur ritratte) e agitar di gambe. Sta tutto qui il segreto di un buon pezzo: una sezione ritmica quadrata, chitarre a cesellare, qualche (raro) spruzzo di tastiere, fiati come se piovesse e palla lunga a pedalare con qualche cross dalle fasce laterali.

Il vero pop è fatto anche di questo, di piccole cose sempre uguali, due riff, un ritmo puntiglioso, un basso che avanza sornione ma preciso, senza vergogna e col sorriso stampato sulle corde. Magari stonato, col batterista fuori tempo ed un cantante difficilmente in grado di tenere la nota. Come i Fall del resto, che se fossero precisi e garbati chi li vorrebbe più? Ma se è pop, funziona eccome, nonostante peccati veniali. Con buona pace di Soulwax, Chemical Brothers, Daft Punk e smanopolatori assortiti; bellissimi, talvolta geniali ma incapaci di scontrarsi con una vera canzone ed uscirne vincitori.

E’ un Inghilterra che mi manca quella, così ingenua e spensierata da riuscire a darmi (anche) Primitives, Mighty Lemon Drops, Housemartins, World Of Twist e…massì…Tom Jones, Petula Clark e Rod Stewart, e a nulla possono Klaxons, Bat For Lashes, These New Puritans, o altre intercambiabili e brufolose ‘next big thing’, vivaddio.

L’hanno rifatta anche: Graham Parker, British Electric Foundation, Fog Band, Yachts

RICHARD DEAN TAYLOR – There’s A Ghost In My House (7”, Motown, 1967)
THE FALL – There’s A Ghost In My House (7”, Beggars Banquest, 1987)

One comment

  1. baby, R Dean Taylor, motownista, era dell’Ontario, Canada.



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