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Re/Make & Re/Model

2 gennaio 2011

100 cover version che NON hanno cambiato il mondo

Nella terminologia di uso corrente il rifacimento, la rilettura o la reinterpretazione da parte di un’artista (gruppo o solista) di una canzone altrui viene detto cover version. Pratica ormai di larghissimo uso, della quale tutti avrete avuto modo di saggiare con mano la bontà magari tramite il vostro artista preferito, alle prese con questo o quell’omaggio; oppure tramite le puntuali raccolte che con fare vieppiù snob farciscono da anni le vetrine dei negozi, virtuali e non. Usanza ormai universalmente accettata seppure sviluppatasi all’inizio degli anni Cinquanta, con la nascita e l’esplosione della musica pop comunemente intesa e il conseguente impennarsi dell’aspetto promozionale. Fino all’arrivo del rock and roll, a causa anche di una difficoltà legislativa e della mancanza di un vero e proprio aspetto giuridico legato ai diritti d’autore, le case discografiche non avevano alcun interesse a concentrare la loro attenzione sull’autore o sul cantante di questo o quel brano (nel jazz o addirittura nella musica classica non si parla di cover, dacchè l’esecuzione di brani altrui è la norma e non l’eccezione, e l’intercambiabilità dei performer era e rimane pratica comune); capitava così spessissimo che l’acquirente medio – all’epoca solitamente una persona matura, bianca e dalle discrete possibilità economiche – fosse interessato ad acquistare un brano indipendentemente da chi ne fosse il pubblico esecutore. Le cose cominciarono a mutare verso la fine degli anni Trenta, grazie al veloce propagarsi delle trasmissioni radiofoniche dedicate al nascente fenomeno delle orchestre e dello swing, con il rapido e progressivo abbassarsi dell’età media del pubblico, della loro capacità d’acquisto e il conseguente fenomeno del settore merceologico legato all’evasione e al divertimento. Fu però appunto con la diffusione del rock and roll che l’industria musicale capì la redditività di far conoscere e vendere anche gli autori o i performer di un singolo brano, magari prendendo un successo veicolato dalle radio (spesso scritto ed interpretato da artisti neri) e adattandolo al grande pubblico bianco, edulcorandone l’impeto sociale per renderlo più appetibile al maggior numero di acquirenti, guadagnandone in vendite e risultati. Capitava così che le rielaborazioni spazzassero via e coprissero (to cover) le versioni originali delle quali sovente si perdevano le tracce. Centinaia i casi di oscuri e carbonari motivetti suonati in questo o quel palco di provincia ripresi e fatti incidere su disco ad una pletora di artisti già conosciuti e prezzolati dalle maggiori case discografiche americane. Non erano vere e proprie canzoni, ma piccoli refrain armonici dalla breve durata e fortissima incisività melodica, patrimonio sonoro difficile da ricondurre ad un singolo autore e dunque facilmente assimilabili – anche sotto l’aspetto legale – da chi avesse spalle abbastanza forti per depositarne i diritti. Le case discografiche. Ecco allora intere legioni di session man assoldati alla bisogna, turnisti pronti a sfornare a getto continuo – negli studi trasformati in catene di montaggio e con un salario da miseria – la propria rilettura del successo del momento, spesso sfiorando il plagio alle spalle di una intera generazione di ignari bluesmen, tanto che il folksinger Don McLean ebbe a parlare della pratica come di un vero e proprio ‘ratto razzista’. La stessa cosa avveniva con i traditionals, canti provenienti da antichi retaggi culturali legati alla deportazione e alla schiavitù o addirittura legati ancestralmente a vecchissimi ritornelli del ‘600 europeo, dunque manna di nessuno pronta ad essere fagocitata. Ancora più caotica la situazione in Giamaica, dove la mancanza di qualsivoglia legislazione in materia faceva sì che a fronte di un brano originale (sia esso stato ska, rocksteady o reggae) comparissero nell’arco di una notte decine di versioni – magari stampate in casa con un misero investimento economico – che usavano la stessa base musicale sovrapponendoci di volta in volta un diverso cantante. Pratica che sdoganava i primi tentativi di remixing – soprattutto in campo dub – e che rendeva impossibile districarsi in una industria discografica priva di strutture organizzate. Premesse che resero assolutamente caotica la mole di interessi economici che sottendeva a queste pratiche, e – sebbene il Copyright Act americano che regolava la legislazione sui diritti d’autore fosse datato 1909 – si rese di conseguenza necessario una vera e propria normativa che difendesse gli autori e i performer da una pratica ormai divenuta vero e proprio furto sonoro privo di alcuna remora. Questo non impedì comunque il perpetrarsi della smaliziata e cattiva abitudine di non riconoscere gli autori originali nella maggior parte dei casi, soprattutto durante i primi vagiti del rock and roll; centinaia gli esempi (alcuni dei quali davvero epocali, come nel caso dei primevi Rolling Stones, pronti a far loro gli anthem dei bluesmen) che ancora oggi gridano vendetta e verso i quali non è mai stata riconosciuta una soddisfazione economica. Una giungla che però solo nel 1966 trovò una certa quiete morale, quando il termine ‘cover version’ venne ufficialmente coniato e riconosciuto persino nei dizionari di lingua inglese, vidimato e reso di pubblico dominio, con il conseguente riconoscimento nelle note di ogni disco degli autori originali, rendendo contemporanea l’efficacia sociale che a tuttoggi è universalmente riconosciuta e che abbiamo imparato ad amare, nella curiosità di un amore verso i nostri artisti preferiti. La domanda che a noi davvero interessa dunque è una e una soltanto: può un’idea sonora migliorare durante il passaggio di consegne? Può, un’intuizione nata chissà quando, venir ripresa per essere irrorata di nuova linfa? E’ solo chirurgia estetica applicata ad un semplice fenomeno di compressione e rarefazione dell’aria oppure l’assioma risponde a leggi imponderabili? Perché ad esempio quel vecchio e sconosciuto brano del 1949 firmato da Todd Duncan e ripreso più volte nel corso degli anni Cinquanta da artisti quali Jimmy Young e la Les Baxter Orchestra dovette attendere il 1965 e i Righteous Brothers per diventare la Unchained Melody universalmente riconosciuta? Cosa deve avere una buona cover per far breccia nella memoria? Quali gli ingredienti che concorrono a creare il piatto perfetto visto che – per sua natura – un rifacimento potrebbe avere un sapore di minestra riscaldata già al primo cucchiaio? Che senso ha prendere una canzone, magari dall’impatto planetario, e ri-divulgarla con il pericolo di facili confronti e il rischio di finire come l’ultimo amante di una qualsiasi pornostar? Roba da farsi venire complessi di inferiorità epocali dinanzi ai risolini di scherno del pubblico. Difficile far meglio del Rocco Siffredi o del Ron Jeremy che t’han preceduto, e non si tratta di superbia ma pura e semplice statistica. Eppure è un azzardo che tutti (ma proprio tutti) hanno voluto correre, magari con le più disparate motivazioni: chi – all’inizio di carriera – per farsi le ossa, chi per onorare contratti, chi per riempire un disco altrimenti insipido, chi per urgenze espressive, chi per finire in bellezza un concerto, chi per tornare ai tempi della propria adolescenza. Chi, più semplicemente, per porgere un sincero omaggio. O per soldi facili. E poi, da che parte prenderla? Riverirne lo spirito originale o masticarla finchè il bolo diventa un boccone adatto al tuo palato? Copiarla pedissequamente? Stravolgerla? Ci sono cover divenute famose in quanto tali, pronte ad offuscare per sempre l’originale e Tainted Love è l’esempio più eclatante, giacchè per l’immaginario collettivo e per un comune sentire è ormai proprietà dei Soft Cell più che di Ed Cobb o Gloria Jones. Ed è stata proprio la versione del duo inglese a venir campionata recentemente da Rihanna in SOS per una inconscia quadratura del cerchio che la dice lunga; altre invece riescono soltanto ad esporre l’omaggiante al pubblico ludibrio (dell’omaggiato, quando ancora in vita) e del pubblico tutto. Mi pare inutile, poco signorile e vieppiù abbastanza inglorioso fare nomi, pure se quell’album dei Simple Minds (Neon Lights) o la Nothing Else Matters dei Metallica riproposta da Marco Masini con il poco felice titolo di E Chi Se Ne Frega (tanto per pescare due esempi nel mucchio) sono ancora lì a gridare vendetta. Ad ogni modo ci sono, fanno parte di una pratica ben consolidata e remunerativa del grande mondo del pop, e sempre vi sarà qualcuno pronto a cimentarsi con note altrui, per una prassi che anche in Italia ebbe il suo momento aureo durante il beat degli anni Sessanta, quando questo o quel successo d’oltremanica o d’oltreoceano viveva di velocissime riletture autoctone (nelle 100 c’è Caterina Caselli a rappresentarne lo spirito, ma la lista sarebbe pressochè infinita e pure con una media più che buona quando non eccelsa). Vero anche che chi di cover ferisce…La Satisfaction dei citati Stones prese nuova linfa con gli schizoidi omaggi dati dai Residents e soprattutto dai Devo, tanto che – nel caso dei secondi – si diceva fosse stata incisa da loro nel 1977 e rifatta dagli Stones nel 1965, con una boutade che aveva in fondo del vero, tanto suonava nuova e intonsa. O ancora: prendere un traditional, un vecchio canto che si perde nella notte dei tempi è furto oppure omaggio? Si deve considerare come rilettura o quelle scale armoniche sono di proprietà di chi ha voglia d’approcciarle? Di chi è The Lion Sleeps Tonight o Il Est Né Le Divin Enfant, di chi ne tracciò la melodia chissà quando e in quale occasione, o di chi si adoperò per riportarne lo spirito in vita? E infine, per arrivare all’oggi: la pratica del campionamento, ormai linfa sulla quale si fonda tutto il patinato rhythm and blues e parecchia dance, è la nuova frontiera della cover version oppure è un’assoluta mancanza di idee spacciata per novità e irrorata da petti muscolosi o stacchi di cosce epocali? Il prendere album famosi e ripeterli pedissequamente è omaggio o stalking da punire con il carcere? E il vezzo di produrre interi dischi di rifacimenti – usanza che pare aver colpito parecchi nomi di prima fascia negli ultimi 10 anni, da Laura Pausini a Michael Bublè – a quali esigenze artistiche risponde? E gli album d’ossequio ad un unico artista (a De Andrè come a Jacques Brèl, agli Smiths come a Frank Sinatra) o le band tributo (virus generalmente imbarazzante, a meno che non sfoci nella parodia spiccia come i Dread Zeppelin, i Bjorn Again o cani sciolti alla Weird Al Yankowic)? Per finire alle tristissime rese pubblicitarie, costruite in laboratorio per poter usare una determinata canzone senza pagar fiori di quattrini di diritti per avere l’originale. Sono decine le permutazioni, in questo campo. E altrettante sono le domande che rendono la semplice – e anche piuttosto banale – ipotesi di partenza più complicata e ramificata di un intero trattato sociologico. In fondo, per avere un’idea devi averne assimilate centinaia d’altre nel corso della tua formazione e prima o poi a qualcuno la voglia di rielaborare quella originaria scappa, perché è sempre vero che un battito d’ali di farfalla a Parigi può scatenare un tifone ad Hong Kong. Resta il fatto che qui – di omaggi – ne trovate 100, ognuno con la sua storia, la sua gioia e la sua disperazione, ognuno con dei rimandi e particolarità, con una (o più) vite aggrovigliate attorno, aggrappate ad una speranza o cadute nell’intento. Non sono le più belle in assoluto – e, vi anticipo prima che veniate a svegliarmi con l’Agent Orange – non v’è l’Hendrixiana resa di All Along The Watchtower (generalmente considerata la miglior cover in assoluto) o la toccante Hurt dei Nine Inch Nails carezzata da Johnny Cash. Non c’è nessuna delle 4000 riletture di Yesterday dei Beatles (brano più rivisto in assoluto tanto da finire nel Guinness dei Primati) o le oltre 200 di Popcorn di Gershon Kingsley (lo strumentale più copiato). Non c’è I Will Survive rifatta dai Cake (quante volte ne avete già letto? Siate sinceri). Di tutto questo ne troverete traccia a spizzichi e bocconi in qualche rimando, qui e lì. Quelle le possedete o le avrete già sentite, patrimonio comune del quale avrete letto in righe molto più esaustive di quelle che potrei tracciarvi io. Dunque non le 100 che potreste trovare su Mojo, Spin o Rolling Stones e sia detto senza alcuna vena polemica, credetemi, pure se la scrematura per arrivare al parterre de roi definitivo è stato il lavoro più complicato e intriso di ripensamenti, cancellature e dimenticanze. Un lavoro che ha comportato lunghe giornate a scorrere costine di vinili su scaffali impolverati, ad aprire e chiudere asettiche custodie di compact disc in torri pericolanti; magari meravigliandosi di ritrovare qualche titolo ormai dimenticato; un lavoro che – a dispetto delle notti insonni – è risultato più divertente della sua intrinseca ed effettiva difficoltà. In principio erano 500, ridotte a metà nel corso di una febbrile ma tuttaltro che sbrigativa nottata di sforbiciate, prima di arrivare, con lima e cesello, ad un ultimo manipolo di 150 canzoni dalle quali ricavare le 100 definitive. Rifacimenti obliqui, spesso inosservati, timidi, talvolta anche meravigliosamente stupidi nella loro incoerenza (chi mai si sognerebbe di inserire in un Pantheon i Candy Flip?). Non necessariamente i più belli. Canzoni che ho imparato ad amare – in qualunque forma e versione – nel corso di questi lunghi anni d’appassionato (e anche qualcosa di più); canzoni che – spesso – non ricordavo di possedere e dunque è stato doppiamente godurioso riascoltare. ‘L’amore ai tempi di iTunes’ spero vi possa dare la curiosità necessaria per farle vostre con il minimo sforzo, doveste esserne sprovvisti, sempre con la promessa di andarvi a scovare il supporto fisico al più presto. Nel frattempo potrete leggerne qui, a intervalli – più o meno – regolari. Ed ora: buona lettura…e buona caccia.

4 commenti

  1. A dir poco propedeutico in questo periodo di bulimia musicale.
    Awesome!


  2. Seguirò religiosamente🙂


  3. tout simplement super, parfait, nickel


  4. Contravvengo ad un mio fermo principio – non commentare i blog di chi non risponde ai commenti – e mi complimento per motivazione e preparazione. E ovviamente per il banner, che ci dice dove andiamo a parare (per nostra soddisfazione). Già con Elton Motello si è iniziato bene. Per la cronaca i Belgi, che hanno uno spiccato senso dell’autoironia, passano Jet boy jet girl a certe feste a cui vado. Comunque già esprimo il primo dissenso: i Candy Flip nel pantheon delle cover ce li si mette eccome, parloa di britpopparo doc.



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