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22) Black Angel’s Death Song (Velvet Underground) by Clock DVA

11 maggio 2012

Circola una leggenda su Black Angel’s Death Song, confermata a più riprese anche dalla buonanima di Sterling Morrison: pare infatti che la sera in cui provarono a suonarla per la prima volta in pubblico furono licenziati dal proprietario del locale, schifato dalla cacofonia del suono e dal nonsense del testo, libera associazione di immagini oniriche.

Forse è soltanto l’ennesima mitologia sulla quale il rock (tutto il rock) è andato a dissetarsi negli anni, certo è che tutto il bailamme provocato dai Velvet Underground, da Andy Warhol e dalla Factory è ancora ben lungi dallo scemare e deve essere stato fastidioso come la perforazione di un timpano approcciare per la prima volta Reed e sodali.

Ma, sarebbero stati i Velvet Underground caduti a testa bassa nel mito se non fosse giunto Warhol? E l’uomo di Pittsburgh avrebbe avuto quell’impennata mediatica che lo portò verso le vette del mondo dell’arte e del gossip se non si fosse imbattuto in quello strano gruppo rock? E’ questa la domanda cruciale, il quesito palindromo che non si riesce a sbrogliare. Ci sarebbe stato quel disco con la banana oppure avremmo avuto qualcosa di più levigato, meno ostico e più consono al sentire dell’epoca? Domande che mai avranno una risposta, e che mi girano nel cuore da sempre, assieme alla mitica borraccia di Coppi e Bartali e al grande mistero alpinistico relativo alla spedizione Mallory-Irvine del 1924. Raggiunsero mai la vetta dell’Everest, 29 anni prima di Sir Edmund Hillary? Oppure i due sfortunati britannici caddero ad una manciata di metri dalla vetta? Non si è mai saputo e non si saprà probabilmente mai dacchè la famosa macchina fotografica di Irvine che avrebbe dovuto immortalare il momento topico non è mai stata ritrovata. Come non è stato ritrovato Irvine.

E dunque: i Velvet senza l’inutile (non fece assolutamente nulla in studio) ma essenziale (fece di tutto fuori da quelle mura) appoggio di Andy Warhol cosa sarebbero stati? Stelle da veloce successo clamoroso con conseguente sparizione nei meandri del pop oppure non avrebbero nemmeno lasciato una benchè minima traccia, magari scomparendo ancor prima di entrare in sala d’incisione? Ognuno di noi ha le proprie teorie intersecanti, i propri dubbi e le proprie idiosincrasie verso quel pianeta dalle mille facce.

Vi è chi non ha mai sopportato Nico, chi la trovava invece il perfetto bilanciamento tra Reed e Cale (io, per esempio); chi ha sempre deplorato la lunga mano di Warhol, pensando che liberi dalle sue – pur minime – pastoie, quel disco avrebbe avuto una copertina diversa ma un contenuto ancor più rivoluzionario; chi non si è mai posto la domanda ben sapendo che la risposta non esiste. Come la vetta di Mallory.

Questioni di lana caprina, quello ci toccò in sorte e quello abbiamo sviscerato per tutti questi anni. La Factory e il terribile clima di tensione che si respirava (spesso stuzzicato da Warhol stesso), Joe Dallessandro, Ondine, Edie Sedgwick, Candy Darling, Holly Woodlawn, Gerald Malanga, Paul Morrissey e…massì…persino Valerie Solanas non sono sempre stati un corpo unico all’interno di quel mito autofagocitante? Non era stata pensata dal terribile profugo cecoslovacco proprio come un’esperienza psicologica travestita da comune artistica? Non v’era un torbido sottobosco più incline alle malevole atmosfere che avrebbero segnato l’esperimento carcerario di Stanford che alle gallerie d’arte?

Warhol godeva nel creare attriti, tensioni e scaramucce, e sono ragionevolmente tenuto a credere che l’inclusione di Nico in quella congrega di ‘diversamente sani’ chiamata Velvet Underground facesse parte di un piano ben congegnato per seminare competitiva zizzania. Sapeva, il parruccone timido, che una donna bellissima immersa a forza dentro un sottile e osmotico equilibrio rock and roll mai completamente schierato da una parte (Lou Reed) o dall’altra (John Cale) avrebbe provocato scompensi. Sapeva che il richiamo mediatico dell’Exploding Plastic Inevitable Show sarebbe stato più chiacchierato dello show stesso. Sapeva che, una innocentissima banana ritratta su una copertina di un disco avrebbe probabilmente finito col far parlare di sé più del disco in questione.

E’ lì, in quel momento esatto, che giunsero i Velvet. E’ in quell’infinitesimale istante che precede la deflagrazione, quando tutta l’aria viene risucchiata e si avverte un immobilismo contronatura. L’esatto istante in cui tutto si cristallizza.

Ed è proprio allora che i Velvet si rendettero conto di essere una band. Nonostante Andy Warhol. Fu la loro fine. Poi vennero – 15 anni dopo – i Clock DVA, con quel capolavoro immerso in un pop amniotico e noir chiamato Advantage, forse il disco più bello e intelligente (di sicuro il più completo) dell’intera stagione post punk. Adi Newton fu davvero il John Cale della new wave e la dimostrazione è in questi solchi, dove esistenzialismo, suburbia parigine, raccont noir, assenzio, James Ellroy, Chet Baker e – appunto – Velvet Underground cozzano per provocare perniciose scintille. Splendido.

L’hanno rifatta anche: Bettie Serveert

THE VELVET UNDERGROUND – The Velvet Underground And Nico (Lp, Verve, 1967)
CLOCK DVA – Advantage (Lp, Polydor, 1982)

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23) Kicks (Paul Revere And The Raiders) by Naz Nomads & The Nightmares

29 aprile 2012

Siamo seri, stavolta. Per quel che può contare, Rolling Stone l’ha inserita al numero 400 nella lista delle 500 Canzoni di tutti i tempi. Per quel che può contare, appunto.

Ma conta molto, essendo certamente canzone tra le meno conosciute nell’ampio spettro dei successi di tutti i tempi. Un bel pezzo da novanta ancora nell’ombra per il grande pubblico, nonostante decine e decine di rifacimenti da parte degli artisti più disparati. Un bel power pop d’altri tempi scritto da Barry Mann e Cynthia Weil appositamente per gli Animals, prima che Eric Burdon la ripudiasse, opponendo un deciso rifiuto a causa dello sbarazzino incedere armonico e di un testo contro le sostanze stupefacenti.

Era il 1966, una nuova epoca di libertà personali e diritti civili si stava aprendo quasi ovunque, e figuriamoci negli Stati Uniti, dove i venti del cambiamento spiravano più forti che altrove, portando via berretti e tutto quel che stavano a coprire. C’erano i Doors, i Fugs, William Burroughs, Dylan, i Jefferson Airplane. C’era White Rabbit e c’erano i Merry Pranksters, c’erano i Charlatans (i primi a suonare dal vivo sotto l’influsso dell’LSD) e i Grateful Dead, i Quicksilver Messenger Service, Eight Miles High e Timothy Leary. C’era troppa roba che stava salendo per non tenerne conto. E gran parte di quella roba era stramaledettamente buona.

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24) Set The Controls For The Heart Of The Sun (Pink Floyd) by The Sunkings

20 aprile 2012

L’unica canzone dei Pink Floyd che raccoglie agli strumenti tutti e cinque i membri? Questa. Lo ammise direttamente lo stesso David Gilmour in Which One’s Pink?, documentario del 2006. Sia Gilmour che Barrett dunque si trovarono a battagliar di fioretto – sebbene in maniera non preponderante ai fini della canzone – su questo caposaldo della discografia floydiana.

Un’infinitesimale istante nel quale, almeno in studio, la tentacolare macchina psichedelica si trovò a pieno regime. E chissà quanto potremmo fantasticare su cosa avrebbe potuto accadere se si fossero cristallizzati in quella formazione almeno per un altro paio d’album. Cosa avrebbero potuto ancora darci prima di diventare qualla bolsa entità zeppa di effetti e di lungaggini che da allora cominciò a scivolare in un inutile tentativo di psichedelia dietetica e liturgica. Vero è che con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si va da nessuna parte, tantomeno nel rock; che – probabilmente – se Janis Joplin fosse viva sarebbe ospite di American Idol, se Hendrix avesse ancora le mani sulla chitarra potrebbe essere il turnista di Michael Bublè, e se Jim Morrison avesse ancora fiato difficilmente ce lo potremmo immaginare a contorcersi nudo e panzuto su un palco, no?

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25) These Boots Are Made For Walking (Nancy Sinatra) by B.E.F. & Paula Yates

11 aprile 2012

Sempre odiato e guardato con sospetto all’ipocrisia griffata che circola nel mondo dello spettacolo; alle beneficenze in leasing, ai viaggi in Africa per lavarsi la coscienza tra una bottiglia di Dom Perignon, un albergo a 5 stelle in mezzo alla Savana e magari – se capita – una bella scopata esotica da raccontare in guisa di vero amore impossibile.

Sempre odiato e guardato con sospetto le reunion per questa o quella causa, i tributi per raccogliere fondi, i concerti pantagruelici che finiscono con un saldo più rosso di quello che avresti dovuto appianare.

Sempre. Siano esse state le classiche Pavarottate o il concertino in qualche squallido cinema di periferia. Dal concerto per il Bangladesh a Red Hot And Blue passando per il Live Aid io mi sono goduto l’aspetto squisitamente musicale (quando c’era) ed ho sempre fortissimamente rifiutato di vederci una trasparente voglia di celebrare ed aiutare il prossimo.

Gli artisti sono le persone più gonfiate d’ego sulla faccia della terra, e – davvero, credetemi – dubito fortemente che possano mai mettere il proprio volto dietro ad una causa, a meno che non serva loro per vendere dischi, film, profumi, saponette, preservativi o quadri. Più di una volta ho sentito interviste ai più disparati artisti, pronti a salire sul palco per l’ennesima passerella benefica, incapaci di spiegare per quale motivo fossero lì a raccogliere fondi.

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26) Oliver’s Army (Elvis Costello) by Blur

4 aprile 2012

Armed Forces fu un incubo per Elvis Costello, e forse anche qualcosa di più di un incubo se ancora oggi lo ricorda come il suo disco più complicato e difficile da registrare. Ma forse è sempre vero l’assioma secondo il quale le cose più interessanti avvengono ogniqualvolta ci sia un’avversità, che l’asticella venga alzata solo in presenza di peripezie o sciagure. Che il facile e il patinato non conducano da nessuna parte. Almeno in musica. E dev’essere vero per forza, altrimenti la Svizzera avrebbe contribuito all’umano progredire con ben altre cose oltre al cioccolato, gli orologi e Guglielmo Tell.

E gli Young Gods, certo.

Eppure le canzoni che avrebbero dovuto avvolgere Armed Forces erano tutte lì, pronte ad essere messe su nastro, impilate in bella fila, vestite a festa. Provate e riprovate all’inverosimile assieme a fidati Attractions. E che canzoni, signori! C’era Green Shirt, c’era Party Girl, c’era l’immensa Sunday’s Best. Ma c’era – anche – sempre qualcosa che le rendeva imperfette, sfasate, fuori fuoco, come una parola che ti si secca sulla punta della lingua facendoti uscire di senno. Un disco atteso quello, e il buon Declan Patrick McManus ne era consapevole. Un disco che seguiva due capolavori come My Aim Is True e This Year’s Model, quindi – appunto – atteso, forse troppo, e per questo difficile da gestire.

Non era un problema di pezzi, si trovava spesso a dire ai suoi Attractions, scalpitanti per la lentezza di quelle sessioni, no… le tracce erano già tutte pronte, ben definite dentro la sua testa e in una manciata di provini. No, il problema era un altro, il problema era renderle efficaci, scovarne quel quid – magari con qualche artifizio in sede di produzione – che le rendesse perfette ed inattaccabili. Lisce, glabre, scorrevoli. Vestite a festa, appunto. Dovevano essere canzoni pronte a non sfigurare con quelle fino ad allora incise. E Oliver’s Army era l’incubo più grande.

Sì, era chiaro a tutti che fosse un pezzo coi fiocchi, che quella melodia vocale avesse stampigliato sopra la scritta ‘successo’, che fosse una canzone pop per la quale l’intera Inghilterra avrebbe perso la testa. Era chiaro a tutti, ma non a Costello. Non ancora, perlomeno. Lui aveva bisogno che quella progressione melodica rendesse al massimo, che potesse svelarsi completamente, e per far questo mancava ancora un’inezia, una piccolezza. Un niente. Mancava quel sassolino lucente et imponderabile che rappresenta il guado tra una grande canzone ed un capolavoro. Tutti i provini effettuati facevano intuire che – pur se ottima – poteva rendere mille volte meglio. Ma con le intuizioni, se non sono suffragate da consistenti prove, non vai da nessuna parte, e dunque: perché si era trovato l’errore ma non la soluzione?

Hai un testo bellissimo Declan – gli disse Steve Nieve, colonna portante degli Attractions – ma è difficile, stramaledettamente difficile, e ne sei consapevole. Intanto è qualcosa di quintessenzialmente britannico, e questo ti giocherà parecchie vendite in Europa, e poi l’hai complicata un po’ troppo, bisognerebbe stemperarla, mi fai provare?

Costello acconsentì ad un ultima sessione di prove, aveva già deciso che una Oliver’s Army a mezzo servizio non sarebbe servita a nessuno, tantomeno alla tracklist di Armed Forces, ed era deciso a cassarla. Stava diventando un’inutile e puntigliosa perdita di tempo – oltretutto troppo onerosa in ore di studio – e non avrebbe portato da nessuna parte, ma sia… Riproviamola.

Partirono all’unisono, decisi ad estrarre tutto l’estraibile da quei riff di chitarra, dove stavolta – a sorpresa – si era inserito Nieve, alzando la sua tastiera di qualche tacca, in modo che sovrastasse lo squillare delle sei corde. Vi inserì un semplice rintoccar di note dal sapore vagamente retrò, a punteggiare l’armonia, prima che Costello iniziasse a cantare, stupefatto. Ehi, è buona questa! pensò l’occhialuto leader, abbassando il volume della sua chitarra per concedere lo spazio principale dell’intelaiatura al piano di Nieve.

Dove diavolo l’hai tirata fuori questa sezione di piano, Steve? Costello era euforico, quelle poche note si inserivano perfettamente nel mood della canzone, erano esattamente ciò che serviva per terminare nel migliore dei modi un pezzo che – ora ne era certo – sarebbe diventato un successo e il perno trainante di Armed Forces. Lo vuoi proprio sapere? Rispose Nieve, sogghignando: ‘l’ho presa dagli Abba, più precisamente da Dancing Queen’. ‘Steve, sei un genio’ chiosò Declan Patrick McManus ‘Suoniamola tutta un paio di volte e poi andiamo a registrarla’.

Oliver’s Army schizzo al numero due della classifica inglese, e nonostante il criptico e poco immediato testo, rimane uno dei capolavori di casa Costello oltre che pietra d’angolo per molto del pop inglese che – da lì – si dipanerà, figliando assai. E tra i pargoli più coscienziosi si possono certamente annoverare i Blur, pronti a donarne rispettosa e casalinga versione nel 1993. Albarn e Coxon la ripudieranno subito, tacciandola di essere tra le peggiori cose di catalogo mai incise, ma mi piace pensare – ed è molto più di un sospetto – che i veri Blur, quelli pronti ad abbandonare le bagattelle Madchester per divenire un gruppo pronto ad esplorare i vari anfratti del pop inglese (siano essi Specials o XTC), comincino ad edificare il proprio impero su questa pietra d’angolo.

L’hanno rifatta anche: Peter Mulvey, Raimundos, Belle & Sebastian, OK Go, Dirty Pretty Things

ELVIS COSTELLO – Oliver’s Army (7”, Radar, 1979)
VV.AA. – Peace Together (Cd, Island, 1993)

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27) Ticket To Tide (The Beatles) by Asylum Party

25 marzo 2012

Il bello delle classifiche personali, di quelle lunghe liste emotive che tanto fanno fibrillare i patiti del pop (ma non solo) e che talvolta tracimano in mere ossessioni numeriche, è che non sono mai statiche; cambiano continuamente, alimentate da indecisioni e ripensamenti, trascinandosi in un ottovolante di dinieghi e assensi, e lo fanno nella vita reale come nella propria testa. Accade dunque che, vacca boia – proprio mentre stai tracciando la tua lista ideale – si intromettano nei tuoi pensieri più reconditi innumerevoli incertezze, dubbi, indecisioni e perplessità.

Per sua natura una lista non può mai essere in assoluto quella che vorrai tramandare ai posteri (10 Comandamenti a parte, ma quella è tutta un’altra storia e ci portiamo ancora dietro le conseguenze). In ogni caso l’insicurezza della scelta è un pro che velocemente può trasformarsi in un contro, quando l’indecisione diviene cronica e la stesura di poche decine di nomi comincia a diventare un’infinita Tela di Penelope, un campo minato di correzioni e falciature.

In soldoni: non sono mica più così sicuro di voler inserire questa canzone, qui dentro. Né lei né gli autori dell’omaggio, che tanto mi piacquero al tempo quanto trovo slegati, pacchiani, fuori luogo – e nemmeno troppo dotati – oggi. Un po’ come quei calciatori che nella mia infantile ingenuità reputavo irresistibili e dotati di prodigioso talento mentre oggi riguardo con il giusto distacco strabuzzando gli occhi e strappandomi un tenero sorriso da solo. Uno per tutti: Luciano Chiarugi, anche se la lista potrebbe essere davvero corposa (Bergkamp, Keegan, Pancev, tanto per citarne alcuni).

Chi non è incappato in simili errori fatti in buonafede dacchè spesso dettati dal cuore più che dal buonsenso? Ecco, non vedendo mani alzate mi assolvo da solo. Poi è chiaro che si cambia, si diventa smaliziati negli ascolti, meno disposti a facili entusiasmi e con una maggiore capacità nello scovare il vero oro dalle sue innumerevoli falsificazioni (non necessariamente perniciose, intendiamoci, si può fare bella figura anche con dell’ottima bigiotteria). Ci si indurisce il cuore, diviene calloso e un cinico ghigno prende il posto di quell’ingenuo sorriso slim fit che in giovine età avevamo indossato così bene. Cambia tutto, in pratica, e ci schiaffeggiamo da soli per esser caduti in tentazioni inutili, nel non essere riusciti a ponderare esattamente la differenza tra un Chiarugi (al quale, comunque, continuiamo a voler bene) e un Puskas, tra un Calloni e un Di Stefano. Tra un Pancev e un Savicevic.

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28) Babylon’s Burning (The Ruts) by Zion Train

16 marzo 2012

Se il punk ebbe un’intuizione davvero innovativa – oltre al botto e allo sparigliare di carte che provocò la sua comparsa – è che, tecnicamente, fu subito eterogenea diaspora new wave. Ovvero tolse ormeggi e regole a qualcosa di rigidamente integralista.

Fu – paradosso tra i paradossi – musica sonoramente reazionaria per sua stessa natura, rispondente a regole e a tavole della legge che ne minarono da subito spontaneità e possibilità di germogliare a dovere. Non avemmo nemmeno il tempo di godercene qualche pezzetto che i più furbi (o i più dotati) già stavano guardando in altre direzioni, smaniando per divincolarsi dalle ferree normative di quel rock fondamentalista e caciarone. Una fuga veloce, che non tutti riuscirono a seguire, finendo per assomigliare ben presto ai dinosauri che avrebbero voluto spazzar via.

Intendiamoci, finchè durò fu meraviglioso, e ci vorrebbero tutti gli anni un anno zero di siffatta specie, però durò poco, pochissimo, stramaledettamente poco. Qualche mese, una paccata di uscite e tanti saluti. Inconsapevolmente, e senza star troppo a pensarci, tolti i prodromi dei Ramones (vorremo mai deciderci di dare a quella band ciò che spetta loro?) e qualche singolo marchiato Damned, Sex Pistols, e – ma non ne sarei così convinto – Clash il resto (a metà 1977) era già un onda che si stava infrangendo sulla spiaggia, provocando una mareggiata come mai s’era vista prima.

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29) Respect (Otis Redding) by Aretha Franklyn

7 marzo 2012

“Questa è una canzone che mi è stata rubata da una ragazza”.

Con queste parole – Sabato 17 giugno 1967 – al Monterey Pop Festival, Otis Redding spandeva una torrida versione di Respect a 200.000 estasiate persone, irradiando un intenso e frenetico attimo di gioia, serenità e consapevolezza. Tutto era possibile in quel magico 1967 ancora lungi dal bruciarsi sulle transenne di Altamont, e dunque anche che l’elegante Otis infiammasse la folla con una canzone blues dentro e stilosamente soul fuori.

Sì, i tempi stavano davvero cambiando e tutto pareva possibile dall’alto di quel rivoluzionario palco. Il sogno era ancora intatto, quel Sabato, e pareva ormai a portata di mano, grazie anche a questa canzone e a Otis che, lì sopra, sudaticcio e felice, stava vidimando il suo ingresso tra i grandissimi di tutti i tempi. Ignaro di avere ancora soltanto sei miserabili mesi di vita.

Facciamo un passo indietro però, e pensiamo a quella ragazza: soltanto poche settimane prima, esattamente il giorno di San Valentino, Aretha Franklin era entrata in studio accompagnata da una parata di supernova del soul, decisi e certi di consegnarla alla storia. C’erano i due boss della Atlantic (Arif Mardin e Jerry Wexler) pronti a prendere in mano le redini della produzione e della giovane, fino ad allora indecisa su quale direzione stilistica intraprendere, persino disillusa dagli scarsi esiti di una carriera che non voleva saperne di decollare, stritolata in una palude di indecisioni, precoci maternità (la prima a 13 anni, la seconda a 15) e ripensamenti.

Roba da capogiro e tachicardia, se soltanto si fosse potuto guardare dentro quelle lunghe macchine scure che stavano portando Lady Soul e sodali alle sessioni di registrazione: c’era il leggendario Tom Dowd dei Muscle Shoals al mixer; c’erano le sorelle Erma e Carolyn Franklin pronte a sostenere il groove con dei cori; c’era un lungo, lunghissimo parterre de roi di strumentisti che comprendeva Willie Bridges, Charles Chalmers, Dewey Oldham, Tommy Cogbill e Gene Chrisman, ovvero l’intero Pantheon black dei 60es.

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30) Into The Groove (Madonna) by Ciccone Youth

28 febbraio 2012

Sono una dura, ambiziosa quanto basta e so esattamente ciò che voglio. Se questo fa di me una stronza e una puttana…beh, mi va bene!’.

E’ con queste inequivocabili parole che Madonna mise fine alla discussione con Mark Kamins. Prese le sue cose ed uscì dalla stanza insonorizzata che puzzava di asettico, lasciando il dj-produttore furente davanti ad un banco mixer ormai vuoto. Stavano volando parole grosse in quello studio di New York dove lui e una giovanissima Madonna si erano accordati di terminare un pezzo per Chyne, una nuova artista che Kamins intendeva lanciare.

Lui – già responsabile del successo di Holiday – aveva chiesto l’avallo di Madonna, e magari qualcosa di più, vista la sua rapidissima ascesa. Lei si era resa disponibile da subito visto che Like A Virgin si era innalzato come non mai nelle classifiche di tutto il mondo e la piccola stronzetta cominciava ad avere peso e potere decisionale all’interno della casa discografica. Diversificare, era solita dire Miss Ciccone al suo entourage di collaboratori, e ‘diversificare’ in quel momento della sua carriera significava cominciare a scrivere per conto terzi, così da sapere finalmente e definitivamente se ci sapeva fare o se gran parte delle sue vendite derivavano da quel look sbarazzino e lolitesco.

Quella canzone era Into The Groove, ovvero null’altro che un grezzo demo registrato in fretta e furia da Madonna, Kamins e Steve Bray. Niente di che, almeno in quella primeva versione, buona per fissare su nastro l’idea principale da poter modificare a piacimento una volta che Chyne si fosse trovata a cantarla. C’era quasi nulla su quello sgraziato nastro: una linea musicale elettronica con i cambi tonali di basi e una parvenza di testo sulla quale lavorare successivamente.

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50 – 31 REKAPITULACIJA

24 febbraio 2012

50) Mama Told Me Not To Come (Randy Newman) by Wolfgang Press
49) Shipbuilding (Elvis Costello) by Robert Wyatt
48) Il Volto della Vita (David McWilliams) by Caterina Caselli
47) Common People (Pulp) by William Shatner
46) The Secret Life Of Arabia (David Bowie) by B.E.F. feat. Billy MacKenzie
45) (I Can’t Get No) Satisfaction (The Rolling Stones) by Devo
44) That’s The Way (I Like It) (KC & The Sunshine Band) by Dead Or Alive
43) Surfin’ Bird (The Trashmen) by The Ramones
42) I Second That Emotion (Smokey Robinson & The Miracles) by Japan
41) My Funny Valentine (Mitzi Green) by Nico
40) Yassassin (David Bowie) by Litfiba
39) Il Est Nè Le Divin Enfant (Traditional) by Siouxsie And The Banshees
38) Only Love Can Break Your Heart (Neil Young) by Saint Etienne
37) I Walk On Gilded Splinters (Dr.John) by The Flowerpot Men
36) There Is A Light That Never Goes Out (The Smiths) by Friendship 7
35) Yu-Gung (Einsturzende Neubauten) by Pussy Galore
34) I Heard It Through The Grapevine (Marvin Gaye) by The Slits
33) I Fought The Law (Sonny Curtis & The Crickets) by The Clash
32) Only You (Yazoo) by The Flying Pickets
31) Spirit In The Sky (Norman Greenbaum) by Doctor & The Medics

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31) Spirit In The Sky (Norman Greenbaum) by Doctor & The Medics

17 febbraio 2012

La cosa più difficile e penosa di tutto questo lavorar di cesello è stata dover cassare di brutto, non senza rimorsi, alcune canzoni che non avrebbero assolutamente sfigurato nelle 100 così faticosamente scelte, e che spesso – oggettivamente – sarebbero state anche migliori e più in sintonia con un serio trattato.

Nella fattispecie – visto che Spirit In The Sky continuate a sentirla un po’ ovunque anche oggi – inutile soffermarsi, se non per esortarvi a recuperare lo svagato e lisergico originale di Norman Greenbaum; eccovi dunque alcune riletture eliminate prima degli ottavi sono queste:

You Can’t Put Your Arms Around A Memory (Johnny Thunders) rifatta da Ronnie Spector;
Time After Time (Cindy Lauper) nella versione di Miles Davis;
The Man Who Sold The World (David Bowie) visitata dai Nirvana;
Gloria (Them) dai Doors;
Gimme Shelter (The Rolling Stones) dai Sisters Of Mercy;
Jazz Is The Teacher, Funk Is The Preacher (James Blood Ulmer) dagli Oneida;
Proud Mary (Creedence Clearwater Revival) da Ike & Tina Turner;
Denis (Randy And The Rainbows) da Blondie;
Rock The Casbah (The Clash) da Rachid Taha;
Jolene (Dolly Parton) dagli One Dove;
Virginia Plain (Roxy Music) da Spizzenergi;
Eight Miles High (The Byrds) dagli Husker Du;
Da Da Da (Trio) dalle Elastica;
Hey Joe (Jimi Hendrix) da Dr.Mix & The Remix;
Mrs. Robinson (Simon & Garfunkel) dai Lemonheads;
Whiskey In The Jar (Thin Lizzy) dai Pulp;
Jump (Van Halen) dagli Aztec Camera;
Raindrops Keeps Falling On My Head (Burt Bacharach) dai Manic Street Preachers;
Heartbreak Hotel (Elvis Presley) da John Cale;
Comme d’Habitude (Claude Francois) da Frank Sinatra
My Way (Frank Sinatra) da Sid Vicious;

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32) Only You (Yazoo) by The Flying Pickets

10 febbraio 2012

Ci sono dischi buoni per il giorno e dischi buoni per la notte, dischi perfetti per l’inverno e dischi registrati appositamente per fare il loro dovere in piena estate. Dischi tristi e dischi allegri, dischi per grandi e dischi per piccini, dischi ‘dritti’ e dischi ‘obliqui’, dischi facili e dischi ostici, dolci e amari, cantati e strumentali, essenziali o inutili, intelligenti e stupidi.

Belli e brutti.

Ci sono innumerevoli tipi di dischi, buona parte dei quali contengono almeno un motivo per farsi amare, fosse soltanto quello di provare qualche corroborante brivido che ti aiuti a superare indenne una giornata altrimenti ‘un po’ così’. Spezzoni di musica da portarsi appresso, in testa, per poterli canticchiare alla bisogna, come una veloce iniezione di vitamine, o una caramella che combatta un’improvviso calo di zuccheri.

Upstairs At Eric’s ad esempio, l’esordio degli Yazoo che in quel 1982 fece inorridire mezzo pianeta e innamorare l’altra metà.

Io appartenevo alla seconda. E mi ci iscrissi seduta stante proprio perché era un disco notturno ma anche no, estivo e glaciale, allegro ma non troppo, a volte dritto ma spesso obliquo, dolce e amaro, cantato e strumentale. Bello e… basta. Era un disco che usava la scusa del duo synth pop allora così in voga per tentare di andare oltre creando un ipotetico ponte tra il soul e la dance, come molti coevi colleghi di tastiere (dico Heaven 17) stavano provando ad innalzare, spesso non con questi risultati. Il ponte – a più corsie, invero – si chiamava Alison Moyet, giunonica chanteuse con un corpo da lanciatrice del giavellotto ucraina e la voce da orchidea selvaggia virata soul; dotatissima interprete che riusciva con nonchalance a creare un inappuntabile equilibrio tra danza e sostanza.

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33) I Fought The Law (Sonny Curtis & The Crickets) by The Clash

4 febbraio 2012

In pochi si accorsero che il mondo – lì fuori – stava radicalmente cambiando, in quei primi anni Ottanta. E non necessariamente in meglio, nonostante tutti i proclami riguardanti l’edonismo, la qualità della vita, il lusso e cazzate assortite. Pochi annusarono che il malefico asse Thatcher-Reagan aveva cominciato scientemente a posare i mattoni di una nuova, ambigua e subdola rivoluzione sociale; la stessa che sarebbe sfociata con il crollo del Muro di Berlino, la caduta dell’Impero Sovietico (con conseguente destabilizzazione dei pericolanti equilibri politici comunemente intesi) e la partenza di un nuovo, luciferino, invito a scalare le tappe della vita, magari calpestando il proprio vicino (Non esiste alcuna società, era solita ripetere la Signora di Ferro).

Se, ancor oggi, vengono considerati i più grossi esponenti della destra del Novecento, qualche motivo ci dev’essere stato, oltre all’esposizione mediatica alla quale sono stati sottoposti.

Furono i primi ad usare la televisione in un determinato modo, comprendendo da subito quale potesse essere il suo narcotico potere; a pasteggiare spudoratamente assieme alle grandi compagnie internazionali; a smantellare in maniera scientifica un substrato culturale che – fino ad allora – era appannaggio di tutti e quindi pericoloso. Fu un complotto socio-economico ben congegnato quello messo in atto dai due leader, che spazzò via la coda lunga e gli ultimi residui di speranze provenienti dagli anni sessanta e dai movimenti del Settantasette.

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34) I Heard It Through The Grapevine (Marvin Gaye) by The Slits

28 gennaio 2012

Si è scritto spesso riguardo al fatto che What’s Goin’ On sia stato un disco pensato e concepito sotto un pesantissimo influsso di sostanze psicotrope, cocaina in primis, il cui smodato uso ne intrise le registrazioni in maniera massiccia, con un Marvin Gaye svagato e incapace – almeno all’apparenza, visto il risultato – di mantenere la concentrazione, anzi cedendo ad influssi paranoici che ne minarono le sedute. Un disco – al pari di Young Americans di Bowie – nel quale si può quasi avvertire la polverosa nube bianca aleggiare sopra ogni solco, tanto ne furono figli, nati quasi inconsapevolmente tra un delirio psicotropo e l’altro.

Paranoie e disillusione, questi i primi sintomi di un consumo che si fa oggetto ed inizia a consumarti lui stesso, sintomi che (nel caso sia di Bowie che di Gaye) portarono gli autori a scrivere pagine tra le migliori dell’intero loro repertorio, cedendo in cambio un pezzo di vita e di sanità mentale.

Fu l’ultimo vero, enorme, sussulto del buon Marvin, prima di trovare impressa la parola fine in una pallottola sparata dal padre. Certo, sarebbe arrivato Let’s Get It On e l’ultrafunk del misconosciuto asso Got To Give It Up ma anche gli anni Ottanta e il mellifluo avanzare di Sexual Healing. Per carità: bello, bellissimo…ma è davvero Marvin Gaye quello di Sexual Healing? O soltanto una versione di Sinatra virata soul per danarose donne della middle class, desiderose d’essere circuite? E’ il Marvin Gaye comunemente inteso oppure una versione olografica di Barry White passato alla cassa a riscuotere? Troppo l’abisso tra il patinato arrangiamento dal suo ultimo successo e i rivoluzionari proclami delle sue hit precedenti.

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35) Yu-Gung (Einsturzende Neubauten) by Pussy Galore

21 gennaio 2012

Non erano nuovi a queste cose, i Pussy Galore.

Costretti a sparire da Washington dopo aver ufficialmente sputato tutto il loro disprezzo verso Ian MacKaye, boss della Dischord e vero nume tutelare della scena cittadina. Delitto di lesà maestà in combriccole così puriste e chiuse come quelle d’allora. Ma anche di oggi, intendiamoci, che gli integralisti delle sette note si trovano ad ogni latitudine ed era geologica. E se v’era una cosa che faceva uscire di testa quei cinque disperati (Jon Spencer, Julie Cafritz, Bob Bert, Neil Hagerty e Christina – sospiro – Martinez) erano proprio ordine, rigore e omogeneità. I Pussy Galore erano nati proprio per rigettare tutte le istanze del rock and roll, masticarle in guisa di ruminanti sonori per poi espellerle come uno strano bolo bilioso dal residuato blueseggiante.

Come che sia, appena trasferitisi a New York che fanno? Pubblicano una musicassetta (sì, qualcuno di voi non ha mai visto una musicassetta, come certi bimbi d’oggidì non hanno mai visto una papera) dove rileggono integralmente Exile On Main Street dei Rolling Stones. Riletto a modo loro, s’intende, con il nemmeno troppo celato sospetto che fosse stato inciso senza nemmeno aver provato le canzoni o con l’illusione di un faro, un porto sicuro dove poter condurle… Exile On My Shit dunque, ’che Pussy Galore sarà sì stata anche la Bond Girl più anziana di tutta la serie (Honor Blackman, all’epoca – 1964 – quasi quarantenne), ma è anche vero che l’espressione significa ‘fica a go-go’ e quindi, insomma… avremmo dovuto sapere cosa aspettarci in quel finale di anni Ottanta da questi tizi.

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36) There Is A Light That Never Goes Out (The Smiths) by Friendship 7

13 gennaio 2012

Non cercateli, non li troverete. Quantomeno sul Tubo dico, perchè le vie del Signore (e della rete) oggidì sono infinite. Già, i Friendship 7. Che nome del cazzo, vero? Uno di quei casi che chiamare meteore sarebbe arrotondare per eccesso; inutili verrebbe da dire, sicuramente ininfluenti e dalla nulla visibilità, tanto che anche Il Grande Fratello Google rintocca (quasi) a morto, e non fosse stato per un umido scantinato londinese di qualche (parecchi) anni fa, non sarei qui a raccontarne.

I classici gruppi frettolosi che – negli anni d’oro della discografia britannica, quando uno straccio di singolo non si negava a nessuno – ingolfavano gli scaffali delle offerte il giorno stesso dell’uscita, in una sorta di prematura eutanasia. Dunque non so chi siano (stati) i Friendship7. Non ho né la minima idea né uno straccio d’informazione. Non ne ho mai saputo nulla nonostante vetuste ricerche cartacee e relativamente recenti indagini in rete (sebbene dopo mesi di ricerche uno dei componenti sia sbucato su Myspace), ed è una cosa che mi sta pure parecchio sulle palle, perché abbiamo poco da cianciare di Villaggio Globale, di universalità della conoscenza e bla bla bla, quando invece pare impossibile che in tempi di connessioni veloci, di Wikipedia e di Google, non si riesca a scavare davvero sotto la superficie patinata di una conoscenza prèt a porter.

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37) I Walk On Gilded Splinters (Dr.John) by The Flowerpot Men

6 gennaio 2012

“My group consists of Dr. Poo Pah Doo of Destine Tambourine and Dr. Ditmus of Conga, Dr. Boudreaux of Funky Knuckle Skins and Dr. Battiste of Scorpio in Bass Clef, Dr. McLean of Mandolin Comp. School, Dr. Mann of Bottleneck Learning, Dr. Bolden of The Immortal Flute Fleet, The Baron of Ronyards, Dido, China, Goncy O’Leary, Shirley Marie Laveaux, Dr. Durden, Governor Plas Johnson, Senator Bob West Bowing, Croaker Jean Freunx, Sister Stephanie and St. Theresa, John Gumbo, Cecilia La Favorite, Karla Le Jean who were all dreged up from The Rigolets by the Zombie of the Second Line. Under the eight visions of Professor Longhair reincannted the charts of now”.

Queste le note di copertina di uno dei dischi più belli, intriganti e magici di tutti i tempi. Poche righe che già dovrebbero far rizzare le antenne e il pelo all’attento e curioso fruitore di buone cose, pronto a fibrillare nello scoprire quale malsana miscela potesse celarsi dentro ad un disco dalla siffatta presentazione.

E’ tempo che Mac Rebennack venga scoperto dal grande pubblico, che il suo blues psichedelico si sparga per l’etere e che ogni impianto stereo degno di questo nome possa fregiarsi d’aver diffuso le sue note. Malcolm John Rebennack è Dr.John, e se ci fosse davvero qualche sceneggiatore con del sale in zucca, avrebbe già stilato un canovaccio hollywoodiano per fare un film sulla vita di questo sciamano pronto a frullare l’estetica di Dylan assieme ai Beatles, trasportandoli a New Orleans su un carro funebre. C’è l’Africa e il voodoo dentro quest’esordio, due anni prima che Ginger Baker ne scoprisse le opportunità commerciali ed il richiamo ancestrale. C’è il Capitano Cuoredibue con la spina dorsale bella eretta e un cazzo funky, c’è del soul gocciolante, del jazz al peperoncino, della world music imbevuta di benzedrina, c’è del rock retroverso dallo spartito stracciato e ci sono innumerevoli rimandi a ritmi primari e sovrapposti.

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38) Only Love Can Break Your Heart (Neil Young) by Saint Etienne

30 dicembre 2011

Prima o poi qualcuno dovrebbe istituire – in mezzo ai miliardi di Grammy, spesso inutili quando non ridicoli – anche un premio speciale per lo stile – musicale e non – circolante all’interno della discografia. Un sistema meritocratico che si basasse non sulla quantità di copie vendute (altrimenti staremmo freschi) ma su tutta una serie di criteri sia qualitativi che di raffinatezza, distinzione, classe ed eleganza. Varrebbe sicuramente di più di tutte quelle farse autofinanziate in un tripudio di lustrini e bambole scosciate dove in genere si assiste soltanto ad un lungo scambio di inutili fellatio.

Bisognerebbe istituirlo sì, un simile premio. Mi chiamassero a far da giurato, magari estraendo a caso il mio nome in mezzo a miliardi di altri, non avrei dubbi per l’assegnazione: voterei senza indugio Saint Etienne e farei fuoco e fiamme in camera di consiglio per cercare di convincere gli altri giurati a distogliere il loro voto (magari buttato su qualche rapper dalle collane e i denti d’oro o sulla intercambiabile gnocca di turno) e girarlo sul terzetto inglese.

Non credo ci sia mai stata una band più stilosa, ganza e sobriamente divertente dei Saint Etienne, forse solo i Deee-Lite di World Clique, ma sono durati meno e – diciamola tutta – Miss Lady Kier aveva un appeal un po’ volgare davvero agli antipodi rispetto a quello di Sua Soavità Sarah Cracknell. Gli anni Novanta, quantomeno gran parte dei miei, furono da ascriversi interamente a loro, ai loro dischi e al loro garbo musicale che miscelava con millimetriche porzioni northern soul, dance, pop di facile presa ed elettronica dal passo tenue. Mistura palesemente difficile da ricreare senza cadere nel bieco manierismo da balera, e difatti quasi nessuno provò a seguirne le mosse, timoroso di finire come gli unici che avevano tentato di lambirne il groove, dimenticando parecchi ingredienti per strada e finendo con il fare una figura invero meschina: i Cardigans.

Nonostante i tempi di Tiger Bay e Fox Base Alpha siano lontanissimi e la band abbia da tempo offuscato i propri orizzonti sonori, la Signora Cracknell è incantevole oggi come allora, continua a far dischi e non ha perso un grammo dello smalto originario. Anzi, forse qualche grammo l’ha guadagnato nel giro vita, rendendola ancora più seducente nella sua perfettibile femminilità d’altri tempi.

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39) Il Est Nè Le Divin Enfant (Traditional) by Siouxsie And The Banshees

17 dicembre 2011

”Il est né le divin enfant, jouez hautbois, résonnez musettes. Il est né le divin enfant chantons tous son avènement!”. Quanti ricorderanno queste semplici strofe, retaggio di vecchie e noiose lezioni di musica subite – tra un flauto dolce e l’altro – in giovane età, magari durante le elementari. E’ un evergreen che mai mancava in quelle lunghe ore passate in fredde e scrostate aule, in compagnia di freddi e scrostati insegnanti, troppo ottusi per poter anche solo lontanamente pensare che la musica (qualsiasi cosa volesse dire questo termine) avesse avuto sussulti dopo il Medioevo; lo si ripeteva automaticamente, in un improbabile francese, più simile al latino mnemonico che le beghine salmodiavano in chiesa qualche decennio orsono.

Una tortura, che chi ha mai subito anche una sola volta nella vita, non può non ricordare. Veniva imposta solitamente in prossimità delle feste natalizie, giusto per far bella figura alla consueta recita scolastica prima delle vacanze, in un aula magna impregnata di ormoni (e aromi) adolescenti, genitori annoiati e sudore.

Ogni santo anno che Iddio mandava in terra dovevamo sottostare a cotanto piagnisteo (mentre io avrei voluto magari una bella Teenage Kicks in versione gospel, per quelle recite puzzolenti), incapaci di reagire. Intere generazioni immolate su questo zupposo traditional, un canto natalizio francese la cui melodia (derivata da una progressione armonica del XVII secolo chiamata La Tete Bizarde fu pubblicata per la prima volta nella seconda metà dell’Ottocento (presumibilmente verso gli anni settanta) in una raccolta di canti natalizi della Lorena intitolata Airs des Noel Lorrains da tale Grosjean, organista in forza alla cattedrale di Saint-Diè.

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40) Yassassin (David Bowie) by Litfiba

12 dicembre 2011

Ci voleva un brano italiano relativamente recente tra i 100 ‘grandi’, qualcuno che vidimasse gli sforzi di tutto quel bailamme entusiasta nato dal punk e cresciuto ibridando qualsiasi cosa potesse essere fatta verbo. Qualcosa che esulasse dal consueto diluvio di cover ai quali la musica italiana dovette cedere durante i ‘Favolosi Anni Sessanta’, quando ogni successo internazionale veniva immediatamente ripreso da una pletora di artisti (conosciuti o meno) per un mercato assetato di musica, spesso all’insaputa del pubblico, convinto che l’interprete fosse anche l’autore.

Dopo la sbornia del decennio dorato (e dopato) ci fu un periodo di stanca, nel quale i cantautori – eccetto rare eccezioni – e i gruppi progressive disdegnarono la rilettura altrui, quasi fosse delitto di lesa maestà, preferendo concentrarsi su composizioni originali.

Ci volle il punk per ristabilire le giuste prospettive, o meglio: tutti i rivoli che da quella Rivoluzione Copernicana andarono ad irradiarsi su mille canali. Il post punk tricolore fu faccenda eterogenea, che prese tanto dal beat quanto da Battisti, dal pop autoctono e dal progressive, dai Pink Floyd come dagli Stooges. Fu un momento magico seppure ingenuo, e forse ancor più bello proprio per questo. La povertà di mezzi, l’entusiasmo, la voglia di fare scavalcando imperizie tecniche e difficoltà oggettive sembrarono il valore aggiunto di una frenesia e di un’eccitazione senza freni.

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