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Stayin’ Alive (Bee Gees) by Tiny Tim

21 maggio 2014

TinyTim

Ora, perdonatemi… Non vorrei fare la figura dell’eccentrico a tutti i costi, ma come non rimanere con la forchetta a mezz’aria davanti a quel folle giullare da trattamento sanitario obbligatorio chiamato Tiny Tim? A me quantomeno capitò così, un pomeriggio di millemila anni orsono.

Dio l’abbia in gloria; lui e tutte le sue malefatte (parecchie delle quali sono ammirabili sul Tubo). Dopo una vita di nefandezze armoniche, talmente disgustose da risultare – talvolta- sublimi, nel 1980 andava a rileggere il multimilionario successo dei Bee Gees in una versione da musicarello zoppo nel quale pareva rifare il verso ad un Elvis Presley sorpreso a ruttare all’Oktoberfest.

Guardatelo alla Tv statunitense choccare 40 milioni di telespettatori con le sue filastrocche tra il dadaista e il demenziale; scrutatelo nelle sue performances con l’ukulele; ascoltate qualcuno dei suoi dischi; ammiratene infine l’incedere dinoccolate e sghembo. Il mondo di Tim potrebbe riservarvi enormi sorprese, sempre siate disposti a farvi delle scorpacciate di LSD e glucosio.

Il ‘piccolo’ Tim era altissimo (un Joey Ramone come avrebbe potuto immaginarlo Tim Burton) talmente alto che ha raggiunto il Paradiso. Il 30 Novembre 1996.

L’hanno rifatta anche: Mina, Happy Mondays, Brotherhood of Man, Fausto Papetti, N-Trance, Ozzy Osbourne, Alvin And The Chipmunks, Jovanotti, Sugarland, Les Claypool, Dweezil Zappa, The Twang.

BEE GEES – Stayin’ Alive (7″, RSO, 1977)
TINY TIM – Chameleon (Street Of Dreams, Lp)

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Good Vibrations (The Beach Boys) by Psychic TV

14 febbraio 2014

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Che sagoma Neil Megson, vero? Non che Brian Wilson e le sue paturnie siano mai stati da meno, intendiamoci. Ma Neil (Genesis P-Orridge per gli amici) ha sempre avuto quella sana, autentica, imbrigliabile follia insita nel suo dna. Una follia anti establishment che meriterebbe trattati sociologici, perchè se c’è mai stato qualcuno davvero ‘contro’ in questo finto mondo musicale pieno di Live Aid, azzeramenti dei debiti vari e buone intenzioni da prima pagina, beh… E’ stato lui.

Più dei Residents o di qualsiasi altro nome vi possa tornare in mente. E non starò qui a dilungarmi su tutte le ‘buone vibrazioni psicotrope’ che i Throbbing Gristle prima e Psychic Tv poi hanno compiuto nel corso di questi lunghi decenni. No.

Potrei semplicemente rimandarvi alla recente intervista nella quale il pettoruto Genesis elenca una serie di dischi essenziali all’accorpamento della sua formazione (su TheQuietus.com), una lunga catena di pepite psych che potrebbero far luce su alcune (molte) delle sue produzioni.

Eh no… Non ci sono i Beach Boys tra le sue scelte primarie ma siamo ragionevolmente tenuti a credere che Wilson e Megson siano ‘figli’ (perdonatemi il calembour sul cognome) di un certo modo di intendere il pop, facce di una stessa medaglia soltanto apparentemente antitetiche.

E dove il primo lavorava di cesello e sinfonie tascabili per creare melodie contagiose e indispensabili (Good Vibrations può essere considerato il primo edit della storia, a pensarci bene) il secondo affondava la lama per squartare il corpo macilento del pop, ritraendone un golem dalle luciferine fattezze di Dorian Gray.

Il punto d’incontro tra cotanto sferragliar di menti? Forse uno Smile, lo stesso che portò i 60es dentro l’acid house.

L’hanno rifatta anche: Todd Rundgren, Troggs, Nina Hagen, The Shadows, Jan & Dean, Russ Abbott,

THE BEACH BOYS – Good Vibrations (7″, Capitol, 1966)
PSYCHIC TV – The Magickal Mystery D Tour E.P. (7″, Temple, 1986)

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Mother Sky (Can) by Loop

9 gennaio 2014

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I. Loop. Che. Rifanno. I. Can.
Cosa volete di più, un Lucano?

L’hanno rifatta anche: Th’ Faith Healers, Calla, Vibravoid, Sneaky Thieves

CAN – Soundtracks (Lp, 1970, Liberty)
LOOP – Black Sun (12″, Chapter 22, 1988)

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Bachelor Kisses (The Go Betweens) by The Radio Dept

7 dicembre 2013

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Non ho speranze. Nemmeno dubbi, a dir la verità. Non credo che i seguaci dei Radio Dept. abbiano approfittato dell’occasione per scoprire il mondo dei Go Betweens; così come ho forti perplessità anche riguardo il contrario. Del resto ci sono un paio abbondante di generazioni in mezzo. 27 anni e due versioni di una canzone talmente perfetta nella sua semplicità da risultare quasi indigesta.

Non che gli svedesi abbiano svolto male il compitino, anzi. Originalmente inserito nella fanzine I Godan Ro (mp3, Friendly Noise, 2007) – con una una misera e asfittica tiratura di 10 copie – e poi lasciato libero di vagare per la rete e in qualche raccolta, veniva ri-scritto in bella e pallida calligrafia.

Ma come si potrebbe svolgere svogliatamente simile compito? Il problema semmai è traslare il pathos e la magniloquenza della coppia Forster & McLennan e di una struttura semplicissima ma che tende all’infinito. Bellissima certo, la resa. Ma è appunto una ‘resa’, inutile arrendevolezza sdraiata al tepore di un camino crepitante.

Però funziona. Funziona la glassatura shoegaze, funziona tutta la paraphernalia nordica fatta di renne, Henning Mankell, sidro e distese gelide. Funziona il minimalismo infuso dai Radio Dept, funziona il loro gioco di sottrazioni, funziona la loro onestà nell’approcciare un capolavoro che difficilmente potremmo immaginare riconvertito da mani altrui. Invece funziona. Funziona anche quel camino, a dirla tutta.

Non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto i Go Betweens siano stati indispensabili durante la loro esistenza. Ma anche dopo. Nonostante tutto intorno a loro diventasse oro (dagli Smiths ai R.E.M) e la silente banda australiana rimanesse sempre al palo, guadagnando attestati di stima senza però mai sfiorare il grande successo. Forse è meglio così, l’indispensabile ha in uggia le grosse tirature e le copertine dei rotocalchi. E i Go Betweens – mi ripeto, e lo farò in saecula saeculorum – furono davvero davvero davvero indispensabili. Al mondo, all’intero sistema della musica pop, al lavoro dell’onesto e dotato artigiano cesellatore di armonie e….sì, a me.

Adesso però spegnete quella radio svedese e andate a comperarvi l’originale.

L’hanno rifatta anche: John Pyke, Pray TV, Paul Handyside

THE GO BETWEENS – Bachelor Kisses (7″, Sire, 1984)
VV.AA. – Splendid Isolation (Cd, Friendly Noise, 2008)

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Are You Gonna Go My Way? (Lenny Kravitz) by The Moog Cookbook

15 novembre 2013

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Non entrerà mai un disco di Lenny Kravitz in casa mia, potete giurarci. Anzi no, visto che il mio ex voto è stato ampiamente infranto con Justify My Love di Madonna in versione 12″; brano principalmente farina del sacco del belloccio brunito (e dei Public Enemy ai quali quel superbo campione ritmico veniva furtato).

Come che sia ho sempre considerato il capelluto tatuato lo specchio deformante del decadimento del rock – di certo rock, quantomeno – resosi volontariamente dietetico e pronto per vernissage e copertine, sfilate e passerelle. Ciò che avrebbe dovuto, per sua natura, avere la residenza al Whisky a Go Go (o al Max’s Kansas City) si è trovato domiciliato presso Vogue.

Puah.

Ergo, il modellone mi è sempre sembrato un inutile frullato di nulla, una finta aggressività armonica patinata e hollywoodiana, un fascio di muscoli (un fascio e basta, forse) da gettare in pasto a discoteche alternative imbevute di RCHP e Anouk, di Offspring e Dandy Warhols. Un incubo, in due parole. Disgustoso e poseur come pochi, aggiungerei.

Quanto mi ha nauseato, in quei mediani Novanta, quando sbrodolava su tutte le interviste riguardo la sua passione per il rock vintage, portata all’estremo pretendendo un mixer degli anni Sessanta in sala di registrazione per dare al suo ‘lavoro’ quel dejà vu sixties che tanto faceva pendant con le sue zeppe. Niente di cui stupirsi, anzi. C’aveva già provato il buon Lee Mavers dei La’s pochi anni prima, rispedendo al mittente quel banco mixer ritenendolo non idoneo dacchè la polvere depositatasi non era certo quella dell’epoca.

Che poi parte del mio nervosismo verso il figlio di colei che impersonava Helen Willis nel telefilm dei Jefferson provenisse anche dal suo ramazzare alcune tra le più belle donne del pianeta (Lisa Bonet e Natalie Imbruglia comprese) aumentava considerevolmente il mio più profondo disprezzo per la musica proposta.

Godetti assai dunque quando, nel 1996, i Moog Cookbook, folle duo di svampiti composto da Uli Nomi e Meco Eno (veri nomi: Brian Kehew e Roger Jospeh Mannin Jr.) andavano a saccheggiare e dissacrare come degli Smurfs sotto acido un bel po’ di icone del rock (Smells Like Teen Spirits, Black Hole Sun, Basket Case tra le altre) in un album demenziale piuttosto ed anzichenò, e dunque per questo gustoso assai.

Canzoncine autistiche, salterelli di gommapiuma, synth goderecci e una intensa attività parodistica che faceva sembrare i beneamati Chicory Tip (o i Silicon Teens) una versione basica dei Rush. Are You Gonna Go My Way nelle loro mani diventa un marshmallow diabetico, una sigletta per qualche vecchio gioco Atari, un brutale pasticcio atto a ridimensionare cotanta nullità piena di boria. Assolutamente stupidi, inadatti a qualsiasi ruolo e per questo irresistibili nel loro svolgere una missione sulla carta impossibile.

Insomma, roba che persino i Daft Punk potrebbero cadere in tentazione.

L’hanno rifatta anche: Tom Jones, John Paul Young, Metallica, Robbie Williams, Kato, Gun, Mambo Kurt, IQ20, The Party Animals.

LENNY KRAVITZ – Are You Gonna Go My Way (Cds, Virgin, 1993)
THE MOOG COOKBOOK – The Moog Cookbook (Cd, Restless, 1996)

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Telegram Sam (T-Rex) by Bauhaus

2 novembre 2013

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Certe volte i maestri hanno dei pessimi allievi. E’ il caso dei Bauhaus, caduti da subito in quell’inciampo gotico e catacombale dove aleggiavano pipistrelli, ragnatele, Bela Lugosi e funerali assortiti. I biechi figuri che compongono le tribù nerovestite andarono a – ehm – nozze con ‘sì tanta materia oscura e quindi – da allora e per sempre – i quattro di Wolverhampton furono il gruppo gotico per eccellenza, diminuendone (almeno da queste parti) portata e impeto.

Un peccato visto che – guardando sotto la cotonatura di Daniel Ash (un Andy Taylor emaciato e sottopeso) – si potevano scorgere spore hard rock (Led Zeppelin, e non si pensi all’oltraggio) e migliaia di lustrini glam (Bowie, Bolan). Insomma, un po’ quello che faranno – rettificando il tiro – di lì a poco i Janes Addiction. Al netto di tutta la paraphernalia da depressi cronici intenti a scavare nell’ossianesimo spinto, rimangono quattro poderosi musicisti, una sezione ritmica tra le più potenti e precise del post punk e carisma a profusione dalla figurina di Peter Murphy, scaduto a macchietta troppo presto.

E certo, le canzoni. Disseminate un po’ ovunque nella prima parte di carriera, prima che egocentrismi e orde di nerovestiti rompessero l’equilibrio. Quella nuova musica nervosa e digrignante non aveva inventato nulla, e questa versione di Telegram Sam (dal catalogo di Zio Marc Feld, appunto) ne certifica la paternità. Ma che rock and roll epilettico, ragazzi! Ora però levatevi quel cerone e siate uomini.

L’hanno rifatta anche: Beki Bondage, Jump The Gun

T-REX – Telegram Sam (7″, EMI, 1972)
BAUHAUS – Telegram Sam (7″, 4AD, 1980)

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Echo Beach (Martha & The Muffins) by Dub Spencer & Trance Hill

12 ottobre 2013

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Ma pensa te. Cento e passa post, due anni e spiccioli di battute sparse e solo una volta (per i Jah Division. al n. 73) del buon dub ha affumicato queste cartelle. Che peste (e wordpress con essa) mi colga. Rimedio subito dunque, certo di fare cosa gradita nell’estrarre dal cilindro un altro fumigante progetto in tempo dispari. Nello specifico quella congrega chiamata Dub Spencer & Trance Hill. E se mai c’è stata una denominazione più felice ed azzeccata, beh…è proprio quella del quartetto elvetico (l’avreste mai detto? O immaginavate calde provenienze caraibiche?), titolare di una manciata di album sulla falsariga di questo Riding Strange Horses, edito sulla loro – ohibò – Echo Beach. Copertine che scimmiottano con disinvoltura i grandi classici (bellissima la rivisitazione di London Calling per il recente Live In Dub & The Victor Rice Remixes – 2013), curiosi rifacimenti di canzoni immortali (da Enter Sandman a Stop Bajon tanto per dire), il tutto rivisto con indolenza e massiccio uso di camere d’eco.

A proposito del quale: proprio un fantasioso Umberto Echo (occhio alla lettera in più) il titolare dell’etichetta e collaboratore primario dei nostri. Mi pare ce ne sia abbastanza per sviscerare l’oppiaceo mondo siglato Spencer & Hill, magari partendo proprio dalla rilettura di Echo Beach di Martha & The Muffins, pezzo che così tanto pare li abbia colpiti; anthem che ballammo allo sfinimento – noi vecchi babbioni waver – in quel vertiginoso inizio di anni ottanta. E quella che era una semplice (?) canzone di nuevo rock sulla falsariga di certi Cure più soleggiati (o meno ombrosi, vedetela come preferite) diventa un gratificante viaggio spiazzante, un saliscendi ritmico-temporale sopra una nuvola di spliff fosforescenti.

Mai stato più interessante rimanere sdraiati (e stonati) su quella spiaggia, fratello. One Love.

P.S.: Da abbinare al poderoso Echo Beach – 30 Years Anniversary Remixes (Cd, Echo Beach 2010)

L’hanno rifatta anche: Toyah, Robert Foster, Gabriella Cilmi, La Grande Sophie, Dimestars

MARTHA & THE MUFFINS – Echo Beach (7″, Dindisc, 1980)
DUB SPENCER & TRANCE HILL – Riding Strange Horses (Cd, Echo Beach 2010)

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